1 – Allegria

L’allegria è la strada più piacevole e serena per raggiungere Dio. Essa è talmente dirompente, nella sua intrinseca positività, da consentirmi di affermare che non credo che sulla Terra sia esistito un solo attore, autenticamente comico, che si sia perduto a Satana. L‘allegria è un modo di vivere, una filosofia esistenziale, un complesso e completo habitat mentale, in grado di accompagnarci giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minute in tutte le tragedie, siano esse autentiche o virtuali, della nostra esistenza terrena. La capacità di fare una sonora risata di noi stessi innanzi tutto, poi di coloro che ci stanno accanto, poi dei nostri problemi, poi delle nostre tragedie, genera un’aureola di positività che si avvinghia alla nostra persona, tanto più indissolubilmente quanto più l’allegria è sincera e completa. Se ridere rende positivi, dunque, il riso è amore o, certamente, ne è il suo portavoce più autorevole. Basti osservare con un po’ di attenzione gli episodi di vita che ci circondano, per rendercene conto senza incertezze.

Devo confessare che non so quasi da che parte cominciare, tanto vasta è la sfera di azione di questa meravigliosa “qualità” del nostro spirito. Comincerò con l’analizzare il fenomeno sul piano delle dirette conseguenze che esso ha sull’organismo umano, sul piano fisiologico. Io non sono un medico, né questo vuole essere un libro di medicina; però tutti voi conoscete il detto popolare “il riso fa buon sangue”. Quante volte i nostri antenati hanno dimostrato di aver sviluppato una saggezza più profonda, meno superficiale e meno distratta della nostra. Chiunque abbia avuto occasione di assistere un malato, ad esempio, sa che la comparsa di un cenno di sorriso sulle sue labbra è prodromo di imminente guarigione o, quantomeno, di una qualche forma di miglioramento. Al contrario, la perdita della voglia di ridere è quasi sempre sicuro indice di deficienza fisica o di malattia incombente. Il sorriso, sul piano fisico, si identifica sovente con la voglia di vivere. Esso catalizza nell’organismo “energie purificatrici e vivificatrici” di grande portata. L’uomo che ride spesso riposa meglio, elimina più facilmente le proprie tossine, scarica più facilmente la propria psiche dai fardelli della vita quotidiana. Io non so se i nostri scienziati hanno già scoperto o classificato scientificamente questa relazione, ma se non l’anno ancora fatto, lo faranno sicuramente presto. Chi ride sovente, di gusto, vive meglio e più a lungo, nel corpo e nello spirito.
La risata, quando è sonora, sincera e genuina, è la manifestazione esteriore di uno stato di grazia dello spirito. Essa ne è la componente “pubblica” più vistosa ed inequivocabile. Un uomo che sorride ad ogni pretesto, è un uomo positivo. Un uomo che non sorride mai, è triste, regge con fatica i pesi della vita. Oppure è un malvagio. Anche i malvagi paiono sorridere, di tanto in tanto, ma in realità essi sogghignano, sghignazzano. Nulla a che vedere con la sonora, bella, sincera e felice risata di chi è sincero e felice perché Dio abita nel suo cuore.
La risata non è la sola espressione esteriore dell’allegria. II cosiddetto “buon umore”, così prezioso per l‘umanità e così raro da riscontrare attorno a noi, si manifesta in mille modi dei quali la risata è solo uno dei tanti, sebbene ne sia il più autorevole. La persona di buon umore, allegra, è innanzitutto capace di contagiare chiunque gli stia dintorno. È come un calorifero acceso nel mezzo di una sala gelida: irradia calore in tutte le direzioni a chiunque gli si avvicini. Essere di buon umore è fondamentale per la persona positiva, a tal punto che essa non ne può quasi fare a meno, pena un grande disagio. Vivere in allegria, scherzare sulle tragedie della vita, mettere a loro agio coloro che ci circondano è un bisogno per lei quasi essenziale, come l‘aria che si respira ed il cibo di cui ci si nutre.

Quanti grandi vantaggi l’allegria comporta per il nostro spirito! Essa non permette alla passività ed alla negatività di prendere piede, consentendo alla positività essenziale (questo concetto lo chiarirò meglio in un altro capitolo) di controllare senza interferenze eccessive la totalità della persona, in tutti i suoi risvolti. Essa è dunque un grande strumento di cui lo spirito si serve per controllare azioni ed emozioni, di infinito valore e di grande portata.
L’allegria è un tonico costante, capace di lenire e guarire velocemente anche i dolori ed i dispiaceri più cocenti dell’esistenza umana. Anche la nostra vita sociale, di riflesso, trae grandi benefici dal nostro essere allegri. Coloro che ci circondano cercheranno naturalmente la nostra vicinanza, perché “con noi si sta’ bene”. I colleghi di lavoro faranno a gara per avvicinarsi a noi; i nostri amici faranno sempre molta attenzione a che il nostro nome non venga “dimenticato” in nessuna circostanza o ricorrenza dove vi sia da festeggiare in allegria. Essere allegri giova alle pubbliche relazioni, giova al matrimonio, giova alle amicizie, giova ai nostri colleghi di lavoro, giova a tutti, compresi gli animali che interagiscono con noi. Potrei portare innumerevoli esempi in tutti i campi. Avvicinarsi ad una persona adirata con noi, con un disarmante sorriso sulle labbra, è sempre una soluzione ottimale. Ella si renderà istantaneamente conto del nostro buon umore, e talvolta questa semplice constatazione già da sola può influire in modo determinante sul prosieguo della relazione e sul mitigarsi della condizione di ira. Scendere dall’auto dopo un tamponamento con un disarmante sorriso sulle labbra, sovente, semplifica molto la vertenza e, soprattutto, il raggiungimento di un accordo reciprocamente accettabile. Rivolgerci ad un fornitore con un sorriso può migliorare sia la qualità che la tempistica del servizio, e così via.
II contenuto di questo capitolo potrà apparire ovvio a molti di voi né, d‘altronde, non credo che non vi sia molto altro da aggiungere. Mi sembra però giusto precisare che anche l‘allegria, come la creatività, è naturalmente radicata in ciascun essere umano; occorre allenarsi ad essa, imparare a convivere con essa e, soprattutto, occorre non trascurarla più, una volta scoperta dentro di noi. Anche in questo campo, naturalmente, ci sono talenti e talenti. Non tutti debbono, o possono, diventare attori di cabaret. Non tutti hanno le capacità di far divertire un pubblico. Tutti, però, devono imparare a riconoscerla, ad apprezzarla e, laddove questo sia possibile, a farla propria. Certamente non tutti sapranno raccontare le barzellette in modo appropriato; ciò che conta è la capacità di ridere a crepapelle quando qualcuno, appropriatamente, ce ne racconta una gustosa.

Desidero fare ancora una considerazione. Non vorrei che qualcuno, leggendo quanto ho scritto, scambiasse l’allegria con la mancanza di serietà. Si tratta di realtà ben diverse, talmente lontane tra di loro che solo la cattiva fede può far confondere l’una con l’atra. La persona allegra non trascura, per questo, i suoi affari, i suoi impegni o le sue responsabilità anzi, è vero il contrario! Se un essere umano è talmente puro da albergare nel suo cuore in modo permanente il buon umore, quasi esso fosse diventato un ingrediente indissolubile del proprio carattere, ben difficilmente egli poi commetterà l’errore grave di trascurare o di sottovalutare persone o situazioni per lui particolarmente importanti ed onerose. Tutte le persone sinceramente allegre che ho conosciuto si sono sempre rivelate piene di Dio. E Dio non difetta certo di serietà.
Io ho sempre visto l’allegria come la cartina tornasole dello spirito. Quando lo spirito è felice, perché è giunto vicino a Dio, e la sua sequenza purificatrice sta volgendo al termine, esso è allegro, pazzamente allegro. Questa allegria è tale da prorompere al di fuori, inondando la persona che lo ospita come un fiume in piena. Lo stesso meccanismo, in negativo, vale per la tristezza, specchio infallibile del dolore e della sofferenza dello spirito, ancora lontano da Dio, dalla sua luce e dalla Sua energia.

Un suggerimento: tutte le volte che state per arrabbiarvi seriamente, ed il sangue prende a pulsare forte alle vostre tempie, cercate di interrompere il crescendo emotivo in tempo per farvi una bella risata (magari voltandovi un attimo, in mode che non vi veda nessuno). Dopo, risulterà molto, molto più difficile riprendere l‘enfasi dell’ira interrotta, e vi verrà probabilmente in mente di risolvere altrimenti la situazione, senza più necessità di alzare la voce o di venire alle mani. Con le urla si chiudono le porte; con il sorriso si aprono i cancelli. Qualcuno di voi obbietterà che, con i fastidi, i dolori ed i problemi che si ritrova, ridere proprio non gli riesce, e la risata gli appare addirittura blasfema. Io non sono d’accordo, per esperienza personale, su questa conclusione. Se una persona vive circondata da problemi, indipendentemente dalla constatazione (non oggetto di questo capitolo) del perché questi problemi sono sorti, significa che Dio ha reputato che in questa persona sussistono energie e risorse sufficienti per affrontarli e risolverli tutti, e nel migliore dei modi. Questa constatazione, da sola, dovrebbe bastare a chi si trovasse in simili nefande circostanze, per recuperare velocemente fiducia in sé e voglia di vivere. L’allegria seguirà a ruota, automaticamente.
Non esistono situazioni oggettive che facciano passare intimamente la voglia di ridere. Esistono, naturalmente, situazioni contingenti e gravi, talora tragiche, che paiono spegnerci del tutto. In questi casi bisogna assolutamente trovare il modo di dissociare il tempo, assegnando al problema la quota\tempo occorrente a risolverlo (ad esempio, le ore in cui un determinato ufficio competente resta aperto) e congelarlo nelle ore rimanenti (ad esempio, quelle trascorse in famiglia) senza permettere che i due tempi interferiscano o si confondano |’uno bon l’altro. Oppure a volte ci sono situazioni (rare, per la verità) in cui è proprio difficile essere allegri. La perdita di una persona cara, un incidente grave in famiglia, un collasso finanziario, ecc. In questi casi non posso pretendere che sorridiate (anche se chi muore non finisce certo la propria esistenza); cercate almeno di limitare la tristezza, e di recuperare la serenità, anticamera dell’allegria, quanto prima possibile. Se non vi riesce di fare altrimenti, almeno nel tempo non dedicato alla soluzione dei problemi, ridere diventa salutare e fortemente propedeutico alla vostra salute mentale.
Quando poi la tragedia diventa tale da coinvolgere tutta la persona, come ad esempio una malattia incurabile allo stadio terminale, allora occorre prendere atto con rassegnazione che è per noi divenuto necessario transitare sotto questo giogo. Ma anche in questo caso il giogo, lo stesso giogo, potrà parervi più o meno duro da tirare, in misura direttamente proporzionale alla vostra allegria. Lamentarsi, piangersi addosso, maledire la sorte non serve ad allontanare la malattia. L‘allegria, invece, molto può, in questo senso, anche nei casi più gravi e terminali.