15 – LIBERTÁ

Non è possibile realizzare la Giustezza Divina senza la Libertà, e questa sotto entrambi i punti di vista propri di questo valore, essenzialmente bipolare. Quando si parla di libertà (e, quindi, implicitamente anche del suo grande antagonista: la dipendenza, la servitù), si parla sempre di due realtà contrapposte, come contrapposte sono le due estremità di una linea retta. Da un lato, colui che è privato della libertà e, dall’altro, colui che altri ne priva. In mezzo, a congiungere le due estremità, Io scenario comune dell’uomo con il suo fardello più o meno pesante di miseria e di disperazione. Entrambe queste realtà sono contrarie alla Legge della Giustezza. Esaminiamo insieme il perché in alcuni ambienti tipici della nostra società contemporanea: –

 

LIBERTA’ IN FAMIGLIA

Ciascun essere umano ha assoluta e primaria necessità, per sua libera scelta e per volontà Divina, di adempiere alle scelte da esso stesso compiute all’atto di assumere la propria identità terrena. Vale a dire che, come ampiamente illustrato nei capitoli precedenti, giunto il momento per ciascuno di noi di venire al mondo, Dio consente alle nostre Essenze di valutare la propria evoluzione individuale e, conseguentemente, di scegliere le qualità fisiche e sociali dell’ambiente in cui nascere e vivere, più consone per poter assicurare, alla fine della propria esistenza terrena, un bilancio evolutivo complessio il più positivo possibile. Questo consentirà di ripartire, quando giungerà nuovamente il momento di assumere sembianze umane, da un livello evolutivo più avanzato del precedente, e così via, sino a emendarsi del tutto dalle conseguenze del peccato originale, vivendo finalmente una esistenza nell’Amore totale così come Dio aveva progettato per l’umanità, ed esaurendo in tal modo la necessità di rinascere ancora. Questi concetti sono espressi molto meglio, e più a fondo, nel capitolo dedicato al Karma.
Ogni singolo essere umano deve essere complessivamente libero di scegliere, per sé, il tipo di vita che ha volontariamente deciso essere, all’origine della propria esistenza terrena, la soluzione ottimale per il proprio bilancio evolutivo, relativamente alla vita che si accinge a vivere. Naturalmente ciò vale anche se la scelta consistesse in una vita tragica, penosa, umiliante, dolorosa o addirittura vegetativa! Quando sento dei genitori pianificare studi, esperienze, matrimonio, lavoro, finanche il tempo libero dei propri figli, mi sento invadere da una pena infinita. Mi rende molto triste vedere figli di genitori benestanti crescere nell’artificialità e nell’asetticità più complete, privati di tutte le esperienze ed emozioni reputate dalla famiglia come dannose e pericolose (anche delle più innocenti e necessarie esperienze di socializzazione con compagni meno “altolocati”). Quale crimine è più crudele e deprecabile di quello commesso dal genitore che cresca i figli a propria immagine e somiglianza o, peggio, ad immagine e somiglianza di ciò che egli avrebbe desiderato essere o, somma violenza, costringendo  i figli (anziché proponendo) a credere a ciò in cui credono i genitori!
Ritengo qui doveroso fare una precisazione, per evitare fraintendimenti, perché nulla giova meno alla verità che la enunciazione della stessa con mancanza di chiarezza. Io non intendo sostenere che i genitori non debbano dare consigli ai propri figli oppure che non debbano trasfondere in loro i principi in cui essi stessi credono; né intendo sostenere che sia lesivo, per la libertà dei figli, essere indirizzati dai propri genitori verso l’Amore! I giovani sono come vascelli in balia di un mare in burrasca: hanno una grande necessità di buoni comandanti per non essere travolti dai flutti. Essi hanno necessità di cure e di attenzioni, e questo è il dovere primario di ogni genitore. Desidero però altrettanto chiaramente precisare come dovere primario dei genitori sia anche, nel contesto educativo, quello di dedicare tutte le proprie risorse culturali e sociali, intellettive ed istintuali alla ricerca ed alla scoperta di ciò che i figli desiderano per sé stessi, ed indirizzarli, incoraggiarli, sostenerli ed aiutarli, se del caso, in questa direzione.
In nome di Dio, genitori, cessate di pensare che il bene dei vostri figli sia il loro benessere economico! Quanto è più bello, felice e fortunato l’uomo che abbia sperimentato l’Amore della propria famiglia nella miseria di quello che abbia sperimentato, nella ricchezza, la solitudine e l’indifferenza dei propri genitori. Quanti uomini vedono i propri figli esclusivamente in funzione di ciò che essi non sono potuti essere! A costoro i sentimenti, le ansie e le palpitazioni delle loro creature non interessano, non hanno importanza, vengono considerate debolezze da spegnere, da estirpare, da domare, da far scordare con il tempo e con la complicità della patina con cui la vita usa avvolgere anche le emozioni ed i sentimenti più forti, se non alimentati dalla fiamma dell’Amore e della libertà.
A costoro interessa che la propria prole incarni, agli occhi dell’ambiente sociale in cui vivono, i propri desideri, volontà e valori. Null’altro conta, null’altro deve contare. Quanta tristezza leggo negli occhi dei vostri figli, o ricchi! Quanta inutilità, quante risorse sprecate per spremere da essi talvolta poche gocce di quell‘ essenza vitale che, copiosa, vedete sgorgare da altri figli, più “poveri” dei vostri.
Questo principio vale anche per coloro che decidono di sposarsi o di costituire altrimenti un nucleo famigliare. Vi siete mai posti il problema di cio che udireste e vedreste se vi poneste ad osservare una famiglia, una qualsiasi, da “dietro le quinte”, restando in disparte, in un angolo, ad ascoltare e ad osservare non sentiti e non visti?
Quanta desolazione e quanto squallore trovereste nella loro cosiddetta “intimità famigliare”. Ma al di là di tutto notereste, nella maggior parte di essi, una curiosa costante: la dominanza, spietata e determinata, di un partner sull’altro. Notereste, al di là delle pubbliche ipocrisie, la rassegnazione con cui il dominato subisce e la determinazione con cui il dominante esercita il proprio dominio. Osservereste con curiosità i mille tentativi più o meno ipocriti, pietosi, talvolta invece efficaci, di simulare “agli occhi del mondo” una realtà di coppia inesistente, sovente invertita nei ruoli e nei compiti ritenuti socialmente assegnabili all’uno o all‘altro coniuge in funzione dei livello di rappresentatività sociale che la coppia deve esibire agli occhi del mondo. Quanti mariti, spesso deboli e macilenti anche nell’aspetto fisico (quasi questo non fosse un valido specchio dell’animo), in occasioni pubbliche al di fuori del “focolare” famigliare pietosamente simulano l’atto di comandare al fianco della moglie che, mal sopportando anche questi pochi attimi in cui non appare primeggiante sul marito, sbuffa, scalpita, suggerisce, impone. Una volta terminato lo show, e richiusa la porta di casa, gli scettri e le corone impropriamente indossate verranno velocemente restituite al legittimo possessore, ed il gioco crudele ricomincia, gelido ed impietoso.

 

LIBERTA’ SUL LAVORO

Anche il mondo del lavoro non è esente da questo bisogno di gerarchizzare i rapporti umani al proprio interno tra dominanti e dominati; e questo non solo per esigenze di funzionalità aziendale. Avete mai provato ad osservare, con discrezione, i mille intrecci di potere che regolano la vita di qualsiasi ufficio, di qualsiasi comunità produttiva organizzata, in tutto il tessuto sociale, a tutti i livelli e ad ogni latitudine, nei conventi come nei collegi, nelle caserme come nelle carceri, nel gioco dei ragazzi come nelle scuole? Dovunque uomini predominano su altri uomini, che accettano con rassegnazione di essere dominati. Il mondo del lavoro assorbe la parte migliore e più efficiente della capacità produttiva creativa di buona parte dell’umanità: è lavorando, che l’uomo spende la maggiore e la migliore parte delle sue energie; è quindi abbastanza comprensibile come, all’interno del mondo del lavoro, l’uomo abbia escogitato un sistema di gerarchizzazione così complesso e perverso. Io ho lavorato per molti anni in una grande multinazionale, e ho sperimentato ogni giorno sulla mia pelle e sulla pelle dei miei amici e colleghi angherie e soprusi di ogni tipo, mascherati da efficientismo aziendale. Promozioni immeritate, raccomandazioni, servili ed umilianti rituali di prostituzione personale quando non fisica di colleghi e segretarie, tutti pronti a crocchiare ompiacenti di fronte alla più piccola prodezza del “capo”; o a ridere a crepapelle alle sue sempre immancabilmente banali barzellette!  So bene che le regole della società non sono facilmente sovvertibili, soprattutto quando queste sono ben profondamente e tenacemente radicate nel tessuto più profondo e buio di essa. Cionondimeno è doveroso e possibile vivere il proprio rapporto di lavoro con amore e giustezza. Prostituirsi al proprio capo ufficio non è l’unico modo di fare carriera. Inoltre esistono molti capi ufficio pronti a notare ed a promuovere personaggi che non si comportano in modo riverente e sottomesso, ma che sono capaci e meritevoli. Lavorare con professionalità, efficienza, onestà e dedizione, mettendo nella propria attività professionale tutto l‘amore di cui si è capaci è, di solito, una credenziale sufficiente per garantirsi il rispetto dei colleghi e dei propri superiori nonché il libero transito qualitative verso più alti livelli nella propria gerarchia professionale, con soddisfazione di tutti. Cercare di diventare presto molto utili, se non insostituibili! Se Dio fosse un dipendente di una azienda, sono certo che si comporterebbe in questo modo.

 

LIBERTA’ NELL’ORGANIZZAZIONE SOCIALE

Dall’organizzazione del lavoro all’organizzazione politica, il passo è breve. Per questa ragione l’esercizio della giustezza divina anche nell’organizzazione politica è di fondamentale importanza per il benessere spirituale e sociale dell’umanità.
Dio non è un partito politico, né una formula di governo sociale, né mi risulta esistano partiti politici riconducibili direttamente alla specifica volontà dell’Altissimo. Ciò che va innanzitutto compreso, in questo contesto, è che il buon governo non lo può garantire un singolo partito od una specifica formula politica: il buon governo lo garantisce soprattutto la qualità spirituale delle persone che questo governo esercitano! Se esse sono dei ladri, ruberanno in democrazia come in dittatura. Se essi sono dei saggi, governeranno bene anche sotto un regime impietoso! Cionondimeno, dal momento che la libertà individuale è una componente essenziale dell‘evoluzione, l’uomo che intenda vivere in armonia con l‘Altissimo privilegerà quelle forme di amministrazione pubblica che si basano sulla rappresentatività diretta dei cittadini prima, e sull’assoluta garanzia per le loro libertà civili, poi. Ho usato il meno possibile la parola democrazia perché questo termine è ormai saturo di significati che vanno oltre i miei intendimenti, nel contesto di questo libro.
Sempre più spesso mi stupisco di fronte alla quantità di interpretazioni soggettive, talvolta tra di loro contraddittorie, che l‘uomo riesce ad assegnare ad uno stesso termine o ad uno stesso concetto. Questo è particolarmente evidente quando si parla di libertà. Se si potesse fare una classifica di queste soggettive interpretazioni, il primo posto toccherebbe certamente alla frase: “Libertà significa che posso fare quello che voglio”, o analoghe versioni. Dio non la pensa così. La “giustezza Divina” non consente, ad esempio, di esercitare questo diritto a discapito di altre persone. Suonare la tromba è sicuramente un’attività lecita; diventa illecita quando la si suona a notte fonda in un condominio. La semplice buona educazione potrebbe, a questo proposito, essere un valido ausilio per chi intenda esercitare la propria libertà nella giustezza. Ma a quanti infiniti gesti di cattiva educazione (vale a dire di prevaricazione della propria libertà su quella altrui) assistiamo quotidianamente. Motociclette senza silenziatore, automobili parcheggiate sui marciapiedi in beffa ai pedoni o agli utenti di carrozzelle, schiamazzi notturni, prepotenze sulla strada, prepotenze sugli animali. Sapete che la libertà di esistere non è esclusiva dell’uomo?
Nel capitolo sull’Amore ho scritto della necessità di rispettare il prossimo e dallo stesso parimenti farsi rispettare. Ebbene, per sapere come e quando sia lecito, in giustezza, esercitare la propria libertà nella società, basta domandarsi se l’esercizio di questo diritto, nel contesto specifico in cui lo intendiamo esercitare, rispetti o meno gli altri. Se la risposta è: “si “, nessun problema. Se la risposta è: “no”… meglio modificare le circostanze. Se ad un singolo individuo non è lecito prevaricare la libertà di un altro, meno che mai ciò diventa lecito a coloro che governano ed amministrano il bene comune. Sebbene, in questo contesto, valga l’eccezione maggioritaria della regola, che dice che il bene di molti prevarica legittimamente il bene (libertà compresa) dei pochi. Quando una moltitudine di esseri umani si riconosce in uno Stato, essa deve obbligatoriamente darsi un ordinamento legislativo, come ho già esaminato nel capitolo relativo alla società. Qualsiasi ordinamento legislativo, poi, dovrà a sua volta obbligatoriamente dettare principi e modelli ai quali questa moltitudine deve attenersi e fare riferimento. Questi ordinamenti, se il legislatore sarà stato sensibilizzato dal bene comune e non dal proprio interesse personale, dovranno necessariamente tenere conto delle esigenze di una maggioranza. Ci sarà pertanto anche una minoranza che, in virtù della vigenza della legge, si trova forzata ad uniformare ad essa le proprie parole e le proprie azioni. Naturalmente, in questo caso, non si può legittimamente parlare di privazione della libertà, perché già sappiamo che gli interessi di molti prevalgono su quelli di pochi, come l’interesse generale della sopravvivenza del corpo prevale su quello di un arto malato che, in casi di grave necessità, potrà essere doverosamente e giustamente amputato.
Attenzione però alle dittature ed ai governi monocratici. Dal professare gli interessi dei molti a fare quelli proprii,  il passo è breve, e la strada è in discesa, senza curve né asperità.
Attenzione anche alle eccezioni alla regola: durante il regime nazista in Germania, la legge dei molti imponeva lo sterminio degli ebrei. I pochi che non condividevano questa regola, bene fecero a ribellarsi alla stessa, giacché la massima testé enunciata vale, e diventa assoluta, solo se esercitata in giustezza.
La libertà di esistere, corollario della libertà politica e sociale, riguarda anche tutti coloro che si ritrovano, per ragioni geografiche, economiche o sociali, a vivere in ambienti prevalentemente popolati da persone in condizioni “diverse” dalle proprie. Bianchi in comunità prevalentemente di neri o viceversa, poveri in ambienti frequentati da ricchi, persone portatrici di handicap insieme ad altre che invece portano handicap di altra natura. Che pena vedere taluni aggredire, verbalmente quando non fisicamente il “diverso” che si permette di venire ad invadere quella che loro definiscono il proprio “ambiente”, il proprio “territorio”, quello cioè costituito per la maggior parte da propri simili. Ebbene, questi poveri esseri, fragili e gretti, che si comportano da razzisti violenti, altro non sono che deboli fuscelli in balia del vento, che solo l’essere circondati da arbusti di più solido spessore evita loro di essere sradicati e dispersi nel nulla. Ipocriti, che fate della forza fisica un vanto, prevaricando e angustiando chi è più debole di voi, sappiate che un giorno pagherete molto care queste vostre debolezze, e quando un giorno rinascerete, nella pelle e nei panni di coloro che oggi denigrate e violentate, allora capirete il vero significato dell’Amore!

 

LIBERTA’ VERSO NOI STESSI

L’aspetto più triste, quello più smaccatamente lesivo della libertà individuale è purtroppo racchiuso in noi stessi. Ciascuno di noi possiede un’anima, uno spirito (noi la chiamiamo: Essenza). Questo spirito anela a Dio, dal quale esso proviene e al quale è naturalmente destinato a ritornare. Ma quante volte, in ogni singola giornata della nostra vita, noi impediamo al nostro spirito di realizzare la sua naturale vocazione; quante volte noi gli diciamo di no; quante volte prendiamo decisioni contrarie alla nostra evoluzione e, dunque, contrarie anche agli intendimenti divini. In ciascun essere umano si combatte, sin dalla rinascita, una feroce battaglia tra il bene e il male, tra Essenza ed Entità. Quante prevaricazioni e quanti condizionamenti mette giornalmente in atto la nostra Entità malvagia per impedirci di scivolare naturalmente verso Dio. Noi stessi siamo il più grande nemico della nostra evoluzione. La nostra passionalità, la nostra aggressività, la nostra ansia, la nostra angoscia, la nostra ira, la nostra rabbia, il nostro furore, la nostra violenza più di ogni altra cosa condizionano la nostra vita, impedendo o rallentando sensibilmente e proporzionatamente la nostra evoluzione.
Fratello che mi leggi: tutto ciò deve cessare. Dio non ha creato l’uomo per essere schiavo, ma per essere un libero e felice abitante di un pianeta meraviglioso, che gli è stato affidato con Amore, affinché egli se ne prenda cura. Dio desidera che nessun un uomo prevalga su un altro uomo. Per i Suoi figli terrestri Dio non vuole la schiavitù. Naturalmente è giusto che chi ha più esperienza ne trasmetta a chi meno ne ha. E’ anche giusto che chi ha ricevuto da Dio più talenti, li metta al servizio di chi meno ne possiede. Questa opera di formazione e di educazione, in determinate circostanza, può e deve assumere toni e timbri anche molto severi, ma mai coercitivi sulla matrice esistenziale degli educandi. L’educazione alla libertà, compito primario e fondamentale di ciascun educatore, talvolta transita anche attraverso la severità; ma guai se essa sconfina nella coercizione. Dio stesso si astiene dal coercire le nostre coscienze lasciandoci liberi di sbagliare dopo averci dotato dell’istinto per indicarci, di volta in volta le giuste scelte da fare e la giusta via da seguire.