17 – Morte

Qualcuno forse si sorprenderà nel trovare il capitolo sulla morte inserito nel Libro della Vita. La morte è da sempre tappa ineluttabile dell’uomo, nella quale ricchi e poveri, oppressi ed oppressori, giudici e rei si ritrovano nudi, impotenti e veri, di fronte a loro stessi e di fronte a Dio. Non c’è da stupirsi, dunque, che il tema della morte abbia condiviso, insieme a quello dell’amore, le ispirazioni letterarie dell’umanità dai suoi albori sino ai giorni nostri. L’uomo ha prodotto uno sforzo ciclopico, millennio dopo millennio, nel tentativo di definire ciò che la morte sia per lo spirito e, soprattutto, come la morte verrà vissuta da ciascun essere umano. Naturalmente, ma questo non mi sorprende, nessuno è mai riuscito a descrivere compiutamente come, in realtà, la morte venga esattamente vissuta. Eppure molti uomini conservano, di essa, un sia pur vago ricordo. Mi riferisco a coloro che, ormai trapassati, per volere di Dio e per Sue peculiari motivazioni, sono ritornati improvvisamente alla vita. Tutti costoro sono concordi nel parlare di una grande luce, di come essi si “vedessero” o, meglio, vedessero il proprio corpo, di come essi abbiano rivissuto in un attimo infinito tutta la propria vita, scoprendosi giudici di loro stessi. Al massimo c’é chi parla di un tunnel…. nel quale si era incamminato, verso la luce… mai nulla di più, mai nulla oltre.

So bene che l’argomento non è il benvenuto, almeno agli occhi della grande maggioranza degli esseri umani. Tempo fa mi consultai con l’Altissimo chiedendo cosa ne pensasse della mia intenzione di scrivere questo capitolo. Egli mi rispose che gli uomini non amano parlare né sentir parlare della morte, e che essi preferiscono vivere esorcizzando in continuazione questo pensiero, come se la realtà della morte riguardasse soltanto gli altri. La maggior parte degli uomini ne sono terrorizzati, e tanto più la temono coloro che si “sentono” più lontani da Dio! La decisione di scriverlo è stata, pertanto, un atto mio autonomo, sul quale mi interrogo ancora oggi. Ad ogni buon conto, giacché ho deciso di affrontare questo spinoso argomento, tanto vale essere preciso, facendo tesoro anche della mia personale esperienza in materia (o, forse, grazie proprio per questa personale esperienza, ho deciso in tal senso). Due giorni or sono, infatti, mi capitò di vivere la mia prossima morte, dettagliatamente e completamente, transitando all’interno di questa meravigliosa quanto stupefacente esperienza con un coinvolgimento tale da spingermi, per la prima volta, a divulgare questa realtà agli uomini, esattamente così come essi tutti, indistintamente e senza eccezioni, un giorno la vivranno. Sono certo che troverete questo capitolo di grande interesse.

 

DEFINIZIONI FISICHE E SPIRITUALI

La morte, fisiologicamente, si identifica con l’interruzione di una o più funzioni vitali dell’organismo, per cause sia naturali che traumatiche. Tali interruzioni, se protratte per più di qualche minuto, provocano la necrosi irreversibile dei tessuti cerebrali per carenza di ossigeno e il conseguente collasso dell’attività dell’intero organismo vivente che, proprio per questo, cessa di vivere.  Pur non essendo un medico, mi pare che questa definizione sia abbastanza completa. L’uomo muore, dunque, quando per cause esterne od interne al proprio organismo, il suo cervello muore per “asfissia” o per colpa di un grave evento che interrompa, direttamente od indirettamente, il funzionamento di organi vitali del suo corpo. Dal punto di vista spirituale, invece, la morte è il momento del trapasso dell’Essenza che, a ciclo di vita ultimato, ritorna nella propria dimensione spirituale, a disposizione di Dio. La morte “spirituale” coincide grossomodo con la morte fisica, giacché l’Essenza lascia il corpo nel momento in cui questi non potrà più vivere. Forse le moderne tecnologie prolungheranno la vita del corpo ben oltre la sua naturale vocazione fisiologica; questo processo di “prolungamento artificiale della vita” sarà comunque ininfluente sul rapporto corpo/Essenza giacché il tempo “lineare” come noi lo concepiamo, nella dimensione spirituale, semplicemente non esiste. L’essenza lascia dunque il corpo nel momento che questo, oggettivamente, non puo’ più vivere. Il mantenere artificialmente in “vita fisiologica artificiale” un corpo ormai morto equivale solo a tenere funzione un contenitore vuoto, che mai più si riempierà, a meno di un miracolo (in tal caso, il corpo riprenderebbe a vivere anche se non fosse attaccato a macchine che ne garantiscono forzosamente il funzionamento!).

 

FASI DELLA MORTE

Cosa sia la morte, credo sia chiaro a tutti. Ma come avviene, in realtà, questo trapasso? Cosa si vede, cosa si prova, cosa si incontra in quel momento supremo, ormai soli di fronte a noi stessi e di fronte a Dio? Prima di descrivere queste sensazioni occorre fare una precisazione: ciò che scriverò è valido per tutte le Essenze che abbiano ancora dentro di loro almeno un barlume d’amore, non importa se flebile fiammella o rogo divampante. Le Entità che hanno abdicato all’Amore seguiranno un processo analogo, ma di prospettiva diametralmente opposta. Esse avanzano verso la fine, il buio eterno, il nulla consapevole e cosciente. Per comodità espositiva possiamo dire che la morte si articola in tre fasi principali:

  1. Fase a: l’informazione
  2. Fase b: il giudizio
  3. Fase c: l’incontro

 

A) L’INFORMAZIONE

Insieme all’incontro, è uno dei due atti d’Amore che Dio riserva a coloro che stanno lasciando la vita. L’Essenza non é sempre in grado di prevedere l’imminente trapasso, sopratutto quando questo si verifica per un evento repentino e traumatico, ad esempio, per colpa di un incidente stradale mortale o per una esplosione in cui si è rimasti coinvolti o per qualsiasi altra ragione violenta, provocata da altri che la coinvolgono, suo malgrado. E se è vero che l’Essenza, nella sua dimensione spirituale, vive fuori da tempo, in quella umana ne vive all’interno, e il rapporto Essenza/Coscienza spesso è tale da non poter sempre spaziare al di fuori di esso.

Quante volte, infatti, gli uomini muoiono per colpa di scelte effettuata dal libero arbitrio altrui, che nulla hanno a che vedere con il progetto di vita e di morte che le loro Essenze fecero prima di venire al mondo. Ma anche le Essenze il cui corpo ospite si sta spegnendo, o che comunque si avvicinano alla fine della vita nei tempi e nei modi originariamente prescelti hanno comunque la necessità di una conferma dell’imminente trapasso. Dio dà questa conferma a tutti, ma non credo esista un solo modello di notificazione, valido per tutte le persone o per tutte le circostanze. Una cosa è certa per tutti: ad un tratto, nella mente del morituro, compare la consapevolezza assoluta che egli sta per morire. Improvvisamente egli sa che di lì a qualche istante lascerà questa nostra dimensione. Lo sa per conoscenza infusa, lo sa per volontà divina.

L’acquisizione alla coscienza di questa realtà lascia sempre immancabilmente sorpresi e sconcertati. Non angosciati, non rattristati ma sorpresi e sconcertati. Ci si stupisce di essere morti (anche se fisiologicamente si può ancora essere vivi) e ci si stupisce soprattutto che questo avvenga in modo così naturale ed indolore. Queste sensazioni appaiono alla consapevolezza di ciascuno del tutto al di fuori del tempo, proprio in quanto messaggi divini. Non si può quindi parlare di “durata” del messaggio o di “quantità di tempo di preavviso” goduto precedentemente al decesso. Per colui o colei che tale informazione riceve, essa dura il breve spazio di un istante, pur durando forse minuti, ore o anche più.

L’Essenza lascia il corpo qualche istante prima della morte fisica. Quando un aereo precipita, ad esempio, le Essenze di coloro che con esso periranno nel giro di pochi istanti se ne andranno prima che l’aereo si schianti al suolo. Le persone continueranno forse a gridare, ad agitarsi scompostamente nel tentativo di scongiurare il disastro, ma esse saranno già morte, seppur ancora biologicamente viventi, perché esse sono ormai prive di Essenza. È estremamente confortante, per coloro che restano in vita, sapere che il loro caro, soprattutto se defunto di morte violenta, ha avuto da Dio la grazia della consapevolezza di ciò che stava per accadergli.

Nell’istante preciso del trapasso, la nostra consapevolezza pare spegnersi per un istante (quello del distacco dal corpo) per poi ritornare alla lucidità una frazione di secondo dopo, come se l’Essenza fosse dotata di occhi ed osservasse la scena della morte del proprio corpo da una posizione di solito un po’ più elevata rispetto al piano fisico in cui il corpo giace. In altre parole vi osserverete morire. Non ho mai saputo il perché l’angolo di osservazione appaia sempre un po’ più elevato rispetto al piano nel quale giace il corpo morente, ma é sempre stato cosi’. In quel momento vi sembrerà di sognare, perché la percezione della vostra consapevolezza sarà simile a quella di un sogno. Mentre voi state sognando non vedete e non toccate nulla, eppure, nel sogno, avete la certa sensazione di vedere e di toccare. In questo frangente vi parrà di vivere le stesse identiche sensazioni, giacché questa è la dotazione sensoriale del corpo umano; la differenza che da questo sogno non vi sveglierete più. In quegli istanti è probabile che proverete rimpianto per la Terra che state lasciando e per gli affetti che vi sono più cari. In questa condizione (seppur brevissima) di “interregno” le consapevolezze (quella del corpo che muore e quella della sua Essenza che lo lascia) sono ancora intimamente interconnesse. Attenzione però a non provare troppo rimpianto: vi ostacolerebbe e vi renderebbe più difficoltosa l’intera sequenza del trapasso.

 

B) IL GIUDIZIO

Il Giudizio Divino finale sulla propria vita terrena ha sempre dominato e condizionato la fantasia di tutti gli esseri umani. La durata di questa fase di distacco, immediatamente successiva a quella dell’informazione, come qualsiasi altra condizione che riguardi la realtà dell’Essenza non ha tempo, in quanto si sviluppa al di fuori di esso. Pochi minuti o pochi anni, in quella dimensione, non fanno alcuna differenza.  Vivere al di fuori del tempo è una esperienza straordinaria che un giorno sperimenterete anche voi all’inizio della vostra morte. Più avanti, parleremo anche delle interrelazioni che, in quel momento più che in altri, possono verificarsi tra la dimensione dei viventi e quella spirituale.

La fase della presa di coscienza del trapasso e del successivo giudizio, può durare anche molto a lungo, e solo svincolandosi dal limite temporale sarà possibile viverla totalmente nei brevi istanti che precedono ed accompagnano il trapasso. Essa consiste nella scansione visualizzata di tutta la propria vita appena conclusasi che, sebbene appaia istantanea, sviluppandosi al di fuori del tempo, potrebbe durare anche molto a lungo. Durante questa scansione verranno portati alla consapevolezza dell’Essenza tutti i momenti, le situazioni e le decisioni della vita che hanno concorso alla determinazione del gradiente karmico prodotto, ad incremento o a decremento di quello posseduto al momento della nascita quali, ad esempio, ogni atto d’amore, di tenerezza, di astio, di odio e così via. In altre parole ogni “operazione contabile karmica” a debito o a credito della vostro conto personale, con conseguente determinazione del nuovo “saldo karmico” con il quale vi presentate a Dio al termine del vostro ciclo terreno! Voi tutti sapete cosa siano le diapositive (o i fermo-immagine, per chi non sapesse cosa le diapositive siano state, nella mia epoca). Quando, ne proiettate una, l’immagine in essa contenuta viene a formarsi su di uno schermo, muto ed inanimato frammento di vita congelato al di fuori del tempo. Ebbene, in questa fase della vostra morte vi parrà di vedere una sequenza di fermo-immagine proiettate su di uno schermo, irreale ma chiaramente visibile qualche metro innanzi ai vostri occhi, vero ma etereo, come una nitida immagine che si sovrapponga alla realtà senza minimamente modificarla od interferire con essa. Ne vedrete proiettate due, dieci, cento; mille, una per ciascun momento karmico significativo, come abbiamo già detto. Si susseguiranno velocemente, ma voi le coglierete, compiutamente, tutte. Dal momento che uno schermo non basterà, se ne sovrapporranno due, dieci, cento, mille, tutti contemporaneamente. Essi parranno disposti circolarmente intorno a noi, come se possedessimo dieci paia di occhi disposti in cerchio intorno al capo, con i quali osservare simultaneamente tutte le proiezioni. In altre parole, ci troveremo ad osservare queste proiezioni susseguirsi ad una velocità fantasmagorica, “umanamene” parlando, come in un cinerama, distribuito su 360°. II contenuto di queste immagini vi sorprenderà di certo, perché alcune ritrarranno episodi che vi parranno insignificanti, mentre non ne vedrete altre stigmatizzare circostanze a cui in vita avete dato una grande importanza, e che vi attendereste, naturalmente, di vedere. L’uomo, sino ad oggi, non conosceva il metro di misura utilizzato da Dio, e non é insolito che azioni che gli uomini giudicano legittime siano invece, ai Suoi occhi, considerate criminali, oppure che azioni che gli uomini giudicano criminali siano invece legittime se non meritevoli, agli occhi di Dio. A partire dai vostri primi vagiti sino alla morte appena avvenuta, vedrete dei quadri di vita, in ognuno dei quali si stigmatizzerà visivamente il comportamento che è andato ad accrescere o a ridurre il bilancio karmico di partenza, corrispondente cioè a quello precedente alla nascita. In altre parole ogni cosa che abbiate fatto e che abbia contribuito agli occhi di Dio a migliorare o ad aggravare la vostra posizione evolutiva, dal capriccio di bimbo all’efferato crimine di adulto. Il quadro complessivo del giudizio divino potrà essere anche molto dissimile dalla nostra aspettativa, se avessimo saputo o potuto fare questa disamina in vita: questo perché, in vita, il nostro giudizio risulterebbe fortemente condizionato dagli elementi di morale originati dalle nostre più disparate culture religiose di provenienza, senza parlare poi dell’ambiente politico sociale in cui siamo nati e vissuti.

Ma Dio, armonia infinita, non amando le confusioni, ha voluto metterci nelle condizioni di poter giudicare da noi stessi, in giustezza, la nostra esistenza terrena. Egli colmerà le nostre lacune cognitive mostrandoci, una per una, solo le circostanze della nostra vita trascorsa utili alla formazione del punteggio evolutivo globale, con accanto ad ognuna la Sua giusta valutazione. Al termine di questo flash back noi e Dio avremo la stessa concezione della nostra realtà esistenziale appena terminata ed avremo dato, di noi stessi, entrambi la stessa valutazione. Il giudizio Divino finale, che tanto gli uomini temono, sarà quindi da noi stessi formulato sulla base dei criteri valutativi che avremo appreso dalla infinita giustezza divina, gli stessi che io ho annunciato tra queste pagine. Al termine di questa valutazione sapremo con assoluta certezza se la nostra vita terrena avrà rispettato le premesse di quando venimmo al mondo, o se le avrà migliorate o peggiorate. Sapremo se, attraverso la sintesi e la somma “algebrica” delle esperienze vissute, avremo guadagnato o perso terreno e, di riflesso, sapremo a cosa andare incontro nel prosieguo del nostro iter purificativo.

Tecnicamente può stupire una cosa sola: la capacità di osservare così tante immagini, tutte simultaneamente, e tutte con la massima chiarezza. Per comprendere come questo sia possibile, occorre prendere atto che questa esperienza viene vissuta dalla nostra Essenza, non dal nostro involucro, il cui cervello, con tutti i suoi pregi e le sue limitazioni, si è spento anch’esso nella morte. Essa possiede infinite più risorse di quelle che il nostro corpo, per quanto dotato ed intelligente possa essere stato, sia mai stato in grado di immaginare. Unica concessione: in questa fase, l’Essenza utilizza la nostra stessa “consapevolezza culturale” che avevamo in vita. Per semplificarci la comprensione di ciò che noi siamo stati, è logico usare lo stesso criterio culturale cui eravamo abituati ad utilizzare sino a qualche istante prima, quando eravamo ancora vivi

 

C) L’INCONTRO

È il terzo grande atto d’Amore che Dio ci riserva, al momento della nostra morte. Egli sa che, comunque sia, durante la morte, noi vivremo un momento di grande disorientamento. Appena stati informati di ciò che ci sta succedendo, appena appreso, per nostra stessa consapevolezza e valutazione, la stima globale della nostra appena terminata esistenza, un certo disorientamento è comprensibile e legittimo. L’Essenza, appena distaccatasi dal corpo, non ha ancora acquisito una chiara percezione della nuova realità spirituale in cui è venuta a trovarsi, legata ancora com’è, sensorialmente e percettivamente, alla realtà del corpo umano che l’ha ospitata sino a qualche istante prima. Non è raro che in questa fase, tanto più “lunga” e sofferta quanto più vivo e cocente è l’attaccamento alla vita, l‘Essenza trascorra questo momento di interregno nei luoghi ed accanto alle persone che più amava in vita. Di norma queste presenze non vengono avvertite dal mondo dei viventi, in quanto le diverse dimensioni in cui esse esistono si sovrappongono senza reciproche interferenze. Ci sono però persone, particolarmente sensibili, che sono in grade di avvertirle in modo talmente definito da vederle chiaramente, senza quasi distinguerle da qualsiasi altro essere umano. Talvolta, tra le Essenze in trapasso e queste persone particolarmente sensibili, si può anche instaurare un dialogo telepatico. Le Essenze tendono a mettersi in contatto con queste persone, che a loro debbono apparire come miraggi in un deserto. “Finalmente qualcuno che mi vede e mi ode” esse paiono pensare. In questa fase le Essenze, sebbene siano già state informate, come già sappiamo, sulla loro condizione di trapassandi, non sanno ancora esattamente che cosa fare, né che cosa loro spetterà. È dunque più che normale che esse facciano ogni sforzo possibile per comunicare con chiunque essi ritengano sia in grado di interloquire con loro. In casi come questo c‘è una sola cosa da fare: rivolgersi al fantasma telepaticamente, nel modo più forte e chiaro possibile invitando questa Essenza, in evidente stato confusionale, a rasserenarsi ed a pazientare ancora, sino all’arrivo di volti a lei noti e famigliari che le forniranno tutte le notizie e l’aiuto che essa necessita per raggiungere la sua prossima destinazione. Dio indagherà tra le Essenze di coloro che le sono state vicine e che sono già defunti in precedenza, con l’Amore infinito di padre. Egli sceglierà, tra di esse, le più evolute e le invierà “in missione di benvenuto” incontro all’Essenza in trapasso: Ben presto si focalizzerà accanto ad essa la presenza rassicurante di coloro cui essa ha voluto più bene: la mamma, uno zio, un amico, a definitiva e suprema conferma della morte iniziata. Esse la “prenderanno per mano”, la rassicureranno, le forniranno le ulteriori spiegazioni che necessita e, infine, l’accompagneranno nel luogo che le spetta, ad una distanza da Dio direttamente proporzionale all’evoluzione raggiunta, tenuto conto del nuovo bilancio karmico acquisito dalla vita appena conclusa. Da questo momento inizierà una lunga attesa, tanto più spasmodica e dolorosa quanto più lontana da Dio verrà a trovarsi l’Essenza, che durerà sino alla prossima opportunità, sino alla prossima nascita, sperando per allora un successo sempre migliore di quello avuto nella vita appena conclusa.

Qualcuno un giorno mi domandò perché mai, al momento della morte, si rivivano e giudichino le nostre azioni in rapporto a schemi e concetti esistenziali e culturali di questo mondo, e non di altri, giacché l’Universo è infinitamente zeppo di realtà coscienti, consapevoli ed esistenziali diverse. Gli risposi che sarà più facile valutare un progresso o regresso karmico se si usano gli stessi criteri noti, e se i parametri di valutazione misurano la stessa tipologia di realtà nella quale il defunto ha vissuto. I cicli evolutivi e le conseguenti valutazioni karmiche si effettueranno, salvo poche eccezioni, sempre nella stessa realtà logistica, in altre parole, per i terrestri, sempre considerando la realtà della Terra.

 

LA MIA MORTE

Ho detto di aver personalmente sperimentato questa esperienza. Non ho nulla in contrario a narrarvela, giacché essa non si discosta poi di molto da quanto ho appena descritto, tranne che nel giudizio, cui non ho “assistito”, probabilmente perché, quando ho avuto questa visione, non ero affatto morto. Non avrebbe avuto senso logico, allora, vedere il giudizio che avrei dato alla mia avita, là dove questa non era ancora conclusa! Ad onore del vero, pochi giorni or sono, (dunque quasi dieci anni dopo che mi osservai morire) mi è capitato di rivivere la mia vita così come la rivivrò al momento della mia morte, e di valutarne con una certa precisione meriti e demeriti. La cosa mi ha turbato profondamente, e mi sono consultato con Dio al riguardo, giacché la mia valutazione non fu molto positiva! Mi fu risposto con l’equivalente di un sorriso bonario, dicendomi solo che sto’ “scivolando bene” verso di Lui. Nulla più di questo. Ma ritorniamo ora alla mia morte:

“… La camera era semplice, arredata con mobili rustici. Oggi diremo mobili di arte povera. Piccola.  Rettangolare. Come la camera di una stanza di seminario o di una casa di riposo. Sulla destra, una finestra spalancata, senza tende o scuri, su un bel paesaggio autunnale, non saprei dire se all’alba o al tramonto ma mi parve tardo pomeriggio, dove una luce crepuscolare permetteva di vedere bene una collina dipinta dei caldi colori autunnali, probabilmente quelli di una vigna.

Accanto a me una figura, fche pareva di giovane uomo, forse di un ragazzo, di cui ho visto solo i grandi inconfondibili occhi che saprei riconoscere ovunque, di taglio un po’ orientale, dal viso grande e dalla folta capigliatura nero ebano, mossa e un po’ in disordine. Vestito di scuro, con carnagione chiara. Mi teneva la mano, pareva inginocchiato sul pavimento accanto al letto in cui giaceva il mio corpo, sul mio lato destro: ho notato la stranezza della sua posizione.

Io ero disteso a letto. Un letto ad una piazza che occupava in larghezza, quasi tutta la stanza. Alla mia sinistra, una parete ricoperta da un armadio. Di colore bruno chiaro i mobili, verde stanco le pareti, bianca la coperta che pareva di tessuto operato.  Infine, giacché tutto questo lo stavo osservando come se stessi a circa due metri di altezza, mi osservai meglio: mi vidi disteso sul letto, barba lunga, incolta, pochi capelli; parevo sorridere a questa persona, fose per gratitudine per la sua (unica) presenza accanto a me. Mi osservai con attenzione e a lungo; non sorpreso, neppure perplesso, solo curioso. Già avevo compreso bene di essere morto.

Ed infine, veleggiando nell’aria, come uscendo dalla parete dove si trovava l’armadio passando attraverso la materia, vidi venirmi incontro una mia cara amica, anch’essa come me parte del Gruppo delle Origini, defunta da poco. Sorrideva, leggiadra e spensierata come lo fu in vita. La vidi come quando la conobbi la prima volta: aveva l’aspetto di quel tempo, ben diverso da quello invecchiato e stanco che aveva prima di morire. Pareva pettinata, i capelli dello stesso colore di allora, vestita di un mantello lilla. Mi sorrideva. Le dissi, quasi scherzando: “era ora che arrivassi! È ora di andare!”  Mi sorrise e mi prese per mano. Volsi ancora una volta lo sguardo su quella cosa che ero stato, che iniziava ad apparirmi estranea, e su quella bella persona addolorata accanto a me, come a volergli mandare un bacio silenzioso, di gratitudine e di addio. Non so né, nella visione, sapevo chi fosse, ma gli ero grato per essere lì dove si trovava, e anche per il dolore che gli vedevo impresso sul volto, che testimoniava il legame che evidentemente c’era tra di noi.

Poi la visione scomparve.

Oggi sarei immediatamente e senza dubbio alcuno in grado di riconoscere la stanza, se la vedessi, nonché la persona che era accanto a me, se potessi solo vedere i suoi occhi.

 

LA DISPERAZIONE DI CHI RESTA DANNEGGIA CHI MUORE

Sino ad ora ho descritto la morte così come essa si presenterà e verrà vissuta da ciascun essere umano al termine della sua giornata di lavoro terreno. Mi sembra utile aggiungere ancora qualche considerazione di carattere più generate, che possa aiutare coloro che stanno morendo non meno di coloro i quali stanno perdendo, nella morte, affetti cari di parenti ed amici.

Ho detto in precedenza che le Essenze che stanno trapassando sogliono indugiare nei luoghi ed accanto alle persone che le sono state più care. Ciò è del tutto naturale. In un momento di confusione è naturale cercare conforto nelle certezze ambientali e famigliari. Tutti pensiamo che la forma più diffusa di compartecipazione alla scomparsa di un caro affetto sia il pianto e la disperazione più cocente, quasi come se l’Amore provato per il defunto trovasse diretta e proporzionale rispondenza nel quantitativo di pianto e di disperazione che in quel frangente si è in grande di produrre. È bene che tutti sappiano che questo atteggiamento di dolore, laddove esso fosse anche realmente sincero, può grandemente nuocere a colui o a colei appena trapassato. Esso infatti genera un quantitativo enorme di energia negativa che va ad avvilupparsi all’Essenza, aggravandola ulteriormente con il peso del dolore che i propri cari provano a causa della propria dipartita, in un momento già di per sé stesso sufficientemente difficile per il defunto. Quasi un senso di colpa, che non giova al distacco dalla Terra e dalle sue emozioni. È molto importante, per i vivi, offrire invece al defunto un supremo gesto d’amore: sostituire, al dolore egoistico, la serenità ispirata dalla fede e dalla consapevolezza che la morte è solo il tramonto di una giornata di lavoro nella vita complessiva dell’Essenza. È utile, a questo riguardo, fasciare il ricordo dell’Essenza in trapasso con i più teneri ricordi d’amore che hanno caratterizzato il rapporto con il defunto, raffigurarlo mentalmente e stringerselo al cuore in un’espressione di genuina e sublime tenerezza. Si Sprigionerà in tal modo una scarica di energia d’amore che investirà l’Essenza in trapasso, informandola così che i suoi cari ed amici hanno capito, l’amano e non soffriranno oltre la normale soglia fisiologica, per colpa della sua morte. Questa consapevolezza agirà sull’Essenza più efficacemente di un colpo di mannaia sulle catene che ancora la tengono legate alla Terra, favorendo il suo sereno distacco da essa.

Con ciò non intendo neppure sostenere che della morte di una persona cara si debba gioire! Chi muore perde la possibilità di migliorare la propria evoluzione, possibilità sempre possibile per qualsiasi essere vivente, e questa circostanza é già di per se triste. A questo si deve aggiungere il legittimo dolore per la perdita della persona cara. In questi casi non credo sia possibile, e forse neppure giusto, evitare la commozione. Ma essa non deve mai sconfinare nella disperazione. Chi muore ha bisogno di affetto e di amore, non di dolore e men che mai di disperazione. È triste purtroppo anche constatare come ci sia ancora chi, a seguito del decesso di una persona cara, si uccida a sua volta dalla disperazione, definendo questo gesto come un gesto di amore. Se costoro potessero soltanto immaginare il danno che con questo atto sconsiderato essi arrecano, oltre che a loro stessi, anche all‘Essenza in nome della quale essi celebrano questa tragedia, certo desisterebbero dal loro insano proposito prodigandosi, per il bene di coloro che essi sostengono di aver amato così intensamente, in mode ben diverso.

Purtroppo il dolore che tanti provano è in realtà determinato dalla paura di restare soli, di non avere più accanto chi si prende cura di noi, di non avere più moglie o marito con cui spartire la vita… la persona che ci assicurava stabilità o benessere o semplicemente compagnia; in altre parole il dolore è per noi stessi, per ciò che abbiamo perso e non certo per la persona scomparsa! Atti supremi di egoismo, tanto più squallidi come incomprensibilmente celati alle proprie coscienze!  Quante volte, alla morte di una persona cara, ho udito il famigliare gridare disperato queste parole: “e adesso come faccio io?”. Davvero un grande dolore si, ma per sé stesso, non per la persona defunta!

 

SORTE DEL CADAVERE

Che bello sarebbe se tutti gli uomini si rendessero conto di quanto squallida, disonorevole, umiliante ed aberrante sia la decisione dei parenti, seppellendolo, di lasciare marcire l’involucro che ha contenuto l’Essenza appena defunta! Sarebbe meraviglioso se l’umanità maturasse anche in questo, ed apprendesse formule di commiato più onorevoli e civili. La cremazione e la successiva dispersione delle ceneri rappresenterebbe una soluzione ben più dignitosa e rispettosa del putridume e del marciume cui oggi condanniamo senza appello i nostri cadaveri. Personalmente ho sempre aborrito finire letame in pasto ai vermi, preferendo di gran lunga dissolvermi in calore ed energia!