19 – POSITIVITÀ

La parola può apparire un po‘ complicata, ma non ne ho trovata una più semplice e, del resto, essa esprime un concetto piuttosto complesso: il sapiente, naturale e costante equilibrio tra Amore, ottimismo, assenza di reazioni emotive, serenità e fede in Dio. Ho cercato a lungo una parola che definisse meglio la condizione di positività di cui sto trattando, ma l’unico sinonimo che ho trovato è il termine: “Essenzialità”. L’uomo essenziale, o positivo, è innanzitutto un figlio di Dio consapevole di questa sua condizione, che vive la propria vita con creatività, fede, gioia e serenità; e cio’ indipendentemente dagli eventi che possono coinvolgerlo, direttamente od indirettamente, anche quando la sua vita transita attraverso esperienze molto dolorose. Soprattutto in questo caso, la positività assume la connotazione di salvagente, che impedisce di annegare tra i flutti burrascosi della vita! Essenziale deriva da “Essenza”, e trovo che questo termine esprime anche un modo di essere e di vivere conseguente, il più vicino possibile a quello proposto dalla propria Essenza in ogni momento della giornata. Dietro all’apparente complessità comportamentale che l’Essenzialità parrebbe richiedere, ci sono pochi e semplici concetti, universali ed uniformatori. Questo capitolo affronta l‘argomento da un punto di vista completo, integrando le valutazioni e le analisi con tutti gli elementi di pertinenza della positività; in altre parole, quello che desidero comunicarvi è la chiave di volta di tutta l’esistenza umana. Senza questo architrave l’intera impalcatura sociale non reggerebbe, neppure se i cuori fossero colmi d’Amore. Non basta infatti provare Amore nel proprio cuore per essere in Dio; occorre anche saperlo restituire a Lui e, attraverso di Lui, ai propri fratelli nella vita quotidiana, così come la positività ci insegna. Si tratta di una condizione di vita complessa, e molti sono gli ingredienti che concorrono alla sua costituzione, tant’è che sarà conveniente esaminarli separatamente. Quello più importante, a questo riguardo, è la mancanza di emotività.

 

CONTROLLO DELL’EMOTIVITA’

Una sera sostenni una lunga discussione con un amico riguardo alla mancanza di emotività. Io sostenevo che l’emotività non è un valore dello spirito, bensì un suo sostanziale difetto, che non giova alla lucidità di valutazione né alla serenità di giudizio. Essa va dunque controllata ed eliminata progressivamente dalla nostra persona. II mio amico sosteneva invece che essa è una componente fondamentale del carattere dell’uomo, senza la quale gli esseri umani sarebbero simili a degli automi biologici. Credo che il mio amico avesse ragione. Ciò che egli sosteneva, effettivamente, è giusto. Ma egli si riferiva a ciò che l’uomo è oggi, dopo oltre sette millenni lineari di depravazione e di degenerazione spirituale; io, invece, mi riferivo a ciò che l’uomo era alle origini. Io so molto bene come l’uomo di oggi sia pieno di difetti, tra cui quello di essere emotivo. Alcuni di questi difetti si sono consolidati per contrastarne di peggiori, in una spirale che a volte è difficile districare. Ciononostante, questa situazione non sarà tale per sempre. Noi siamo giunti sulla terra a compiere molte missioni, una tra le tante quella di arrestare il processo globale di allontanamento dell’uomo da Dio, sino al punto di invertire tale processo. Un giorno l‘umanità nel suo insieme si ricongiungerà a Dio da cui un giorno provenne; ed è in questo processo di reversibilità che l‘emotività, come del resto ogni altro difetto, spariranno del tutto. Sin da bambino, a questo riguardo, ho sempre avuto una opinione molto nitida e precisa: il Paradiso Terrestre è il punto di arrivo dell’Umanità, non certo quello di partenza! Per iniziare a vivere concretamente la positività essenziale occorre privarsi totalmente della propria emotività e questo, a maggior ragione, di fronte alle vicissitudini negative della vita. Come si fa a non lasciarsi coinvolgere dai problemi, dalle sofferenze, dalle ansie, dalle paure delle vicende e delle tragedie umane di ogni giorno? La risposta a tale quesito è molto più semplice da vivere che da narrare. Per questa ragione intendo rispondere con un esempio concreto:

Supponiamo, ad esempio, che un commerciante debba far fronte ad un importante ed improrogabile pagamento, e che non disponga della liquidità necessaria. Tante persone, nella sua situazione, inizierebbero a preoccuparsi ed a macerarsi nel tentativo sempre più improbabile con il passare del tempo, di trovare una qualsiasi soluzione. Il malumore, il broncio, la disperazione, l’ira. In questi casi il primo, nonché più facile, bersaglio di tale aggressività normalmente diventa la propria famiglia. Con qualcuno ci si deve pur sfogare… e via con le scenate, liti furibonde, insulti,  manrovesci o peggio. Dulcis in fundo, magari preceduta da una sonora bevuta, una notte insonne trascorsa in dolente compagnia della propria bile, a pensare al proprio sempre più irrisolvibile problema, che appare di minuto in minuto sempre più grande, minaccioso, sempre più tragicamente senza speranza, mostro spaventoso da cui non è più possibile fuggire. Finalmente è mattina. Stanco, nervoso e angosciato, il nostro commerciante si accinge ad affrontare le conseguenze della situazione venuta a crearsi. Se al suo problema ci fosse stata una qualsivoglia possibile soluzione, in queste condizioni di assoluta mancanza di serenità e di obiettività di valutazione, il nostro amico non sarebbe stato certo in grado di vederla”.

 Sono sicuro che tutti voi concorderete con me nel giudicare sbagliata e limitativa la reazione che ho testé descritta. Tuttavia questo succede quotidianamente, in misura più o meno coinvolgente, alla maggior parte delle persone in situazioni analoghe a quella descritta. Taluni pensano che così debba essere, perché così è nella natura dell’uomo. Ma l’errore è proprio questo! Così non deve assolutamente essere, e nella natura dell’uomo, così come Dio lo ha voluto e creato, non c’è nulla di simile. L’uomo positivo, come Dio lo ha concepito e creato, non deve mai permettere ad un problema, quale che esso sia, per grave che esso possa essere, per tragico che esso possa essere, di coinvolgere, contaminandola, la propria Essenza vitale. II problema è, e deve restare, confinato nello spazio che gli compete. Nell’esempio sopra descritto, lo spazio entro il quale deve confinarsi il problema è quello riservato al lavoro. Il nostro protagonista avrebbe dovuto, innanzitutto, fare tutto ciò che poteva dipendere da lui, dentro e fuori la propria attività, per trovare una soluzione al problema. Sempre con la lucidità che solo la serenità e la fede in Dio ed in sé stessi può garantire, egli avrebbe dovuto saper distinguere il momento in cui il problema poteva essere affrontato da quello in cui esso non si sarebbe più dovuto affrontare (come, ad esempio, nell’ambito del proprio ambiente famigliare).  Egli non avrebbe dovuto permettere che il suo spazio personale e privato ne venisse contagiato. Egli, non avrebbe dovuto permettere all’emotività di sottrargli il controllo analitico della realtà, impedendogli di valutare, se non proprio serenamente, almeno lucidamente il problema in tutti i suoi risvolti. Infine, non avrebbe dovuto coinvolgere né vessare i membri della sua famiglia estranei alla respopnsabilità dell’evento in questione. Io posso assicurarvi che questo è possibile. Ho sperimentato personalmente tutte le fasi di tante situazioni analoghe a quella descritta nell‘esempio, sino agli estremi più cruenti. Per questa ragione so che è perfettamente e naturalmente possibile controllare prima, e dominare poi, le proprie emozioni, soprattutto quelle negative. Il controllo dell’emotività è un tema naturalmente molto più ampio di quello che abbiamo trattato sino ad ora. All’interno di questo libro ho voluto dedicare a questo tema un intero capitolo, per meglio comprendere tutte le meravigliose possibilità che l’esercizio quotidiano di questo monitoraggio comporta per la persona, e sono contento di essere riuscito nell’intento di testimoniare, con la necessaria lucidità e fedeltà narrativa, la veridicità di quanto ho sino ad ora anticipato sull’argomento.

 

CONTROLLO DELL’IRA

In quella stessa occasione il mio amico mi disse poi che l’ira, a suo avviso, è molto difficile da controllare, soprattutto quando essa sgorga da un atteggiamento ritenuto offensivo o lesivo della nostra dignità: quando, ad esempio, veniamo gravemente e violentemente provocati ed offesi. Anche su questo aspetto del problema desidero puntualizzare alcuni punti.

La persona positiva, tanto per cominciare, non si adira mai. Essa può, certamente, parlare talvolta con enfasi; può urlare, se necessario, anche con estrema veemenza, ma essa non si lascia mai intimamente coinvolgere, non si adira mai seriamente! L’ira, intesa come il cieco furore che spegne ogni percezione esterna tranne sé stessa, che impedisce di interpretare e di comprendere qualsiasi segnale proveniente dal mondo esterno che non sia finalizzato al suo più tragico epilogo, è uno stato d’animo negativo, e come tale, va respinta sul nascere. Essa va gestita e spenta, più o meno, come l’emotività. Al primo sentore della sua comparsa, quando ancora il venticello è debole, occorre immediatamente e senza alcuna esitazione estrpata, spenta. Tutte le pulsioni negative possono essere spente, senza difficoltà, se si interviene prontamente al loro insorgere, senza alcuna eccezione. “Anche quando si viene gravemente offesi?” replicava il mio amico con una espressione di grande sorpresa dipinta sul volto. Desidero, a questo riguardo, esporre una semplice regoletta, per aiutarvi a non adirarvi mai, anche di fronte ad una grave provocazione. Quando qualcuno evidenzia un vostro difetto, un vostro errore o vi accusa di un crimine, indipendentemente dai toni e dai termini con cui si rivolge a voi, esistono solo due possibili variabili della situazione:

A – L’ACCUSA È FONDATA: Se l’accusa che vi viene rivolta è giusta, trovo che adirarsi sia del tutto fuori luogo. Quando si ha torto, la cosa più saggia da fare è riconoscerlo, e ringraziare colui o colei che ce lo ha fatto notare, qualsiasi sia il modo con Il quale questo errore ci viene evidenziato. Va da sé che, una volta compreso, l’errore o la colpa dovranno essere immediatamente rimediati. La recidività è, infatti, cibo buono solo per gli stolti.

B – L’ACCUSA È INFONDATA: A questo punto è evidente che ciò che vi viene imputato non vi riguarda, giacché voi non avete commesso il fatto che vi si rimprovera. Non solo non ha alcun senso adirarsi per colpe commesse da altri, ma ne ha ancor meno reagire con aggressività, magari offendendo il vostro interlocutore. Naturalmente dalle ingiuste accuse occorre difendersi, soprattutto se esse comportano strascichi o conseguenze sociali. La nostra risposta, in questi casi, dovrà essere sempre improntata alla più fredda e calcolata reazione, mai irata né impulsiva.

 

POSITIVITA ED OTTIMISMO

L’ottimismo, inteso come contrario specifico del pessimismo, è una indubbia caratteristica della persona positiva. Reagire bene alle depressioni non è sufficiente; occorre anche porsi attivamente nello stato d’animo giusto per trovare la giusta soluzione, con la certezza interiore che una soluzione al vostro problema c’è, esiste, e che voi la troverete. L’ottimismo però, senza la fiducia, non ha ragione di esistere, e la fiducia, per noi, ha un nome solo: si chiama Fede.

Riflettete attentamente su questo punto: l’uomo di Dio non é un masochista,  né Dio, del resto, è mai stato un sadico.  Certamente noi sappiamo, conoscendo a fondo il meccanismo karmico, il perché determinati eventi ci sconvolgano, e non mi riferisco solo a quelli drammatici. È giusto e naturale, sotto questo profilo, che ciascun essere umano “sconti” il giusto fio in ragione direttamente proporzionale ai danni da lui arrecati in passato, in questa o altre vite, ai suoi “pregressi” ed alle scelte fatte in tal senso dalla propria Essenza al momento della nascita. Questo credo che sia ormai chiaro, anche se il fattore karmico non è l’unico ingrediente che concorre nella determinazione degli eventi. Infatti, se esso fosse l’unico criterio cui uniformarsi, non solo non avrebbe alcun senso, ma sarebbe addirittura criminale aiutare chicchessia: si rischierebbe di “alleviare” o di “ridurre” illecitamente la qualità e la quantità dell’espiazione karmica di costui o di costei nella propria giornata terrena. Si rischierebbe addirittura di impedire tale espiazione, non consentendo all’Essenza di completare la purificazione desiderata.

Per fortuna l’uomo deve uniformarsi, con altrettanta fedeltà, anche al principio del libero arbitrio, che in quest’ottica assume la caratteristica di arma a doppio taglio. Con il suo esercizio, infatti, si può peggiorare o migliorare il proprio quadro karmico a tal punto da portare, nel corso di una sola esistenza, l‘Essenza alla perdizione od alla salvezza, stravolgendo completamente il progetto originario, il proprio piano di redenzione, tracciato prima di venire al mondo. Per questa ragione l’uomo deve sempre, e senza pregiudizi o condizionamenti pregressi, soccorrere, al meglio delle sue possibilità, competenze e tecnologia, gli altri suoi simili in difficoltà da un lato, e dall’altro cessare totalmente qualsiasi azione che li possa in qualche modo danneggiare. Esso può e deve esercitare il suo libero arbitrio in misura “correttiva” del proprio karma, al meglio, nella direzione di Dio, influendo in tal modo positivamente anche sul karma dell’afflitto, che si appresta a soccorrere. L’amore, in questo senso, molto può! Per questa ragione anche nelle avversità più tremende occorre essere sempre positivi, ottimisti e fiduciosi in Dio e nella sua “collaborazione”. Dio Padre, infatti, non prova piacere a lasciare i suoi figli nel dolore. Siate positivi ed abbiate fede: i miracoli non si manifestano soltanto in una guarigione insperata od inspiegabile. Gli interventi divini sulla materia a nostro favore, non si riferiscono solamente a quella con cui è plasmato il nostro corpo. Essi possono molto più sovente concretizzarsi in una soluzione imprevista, un rinvio per causa di forza maggiore verificatesi nel frattempo, un incasso del tutto inaspettato che risolve “miracolosamente” un problema impellente.

La regia degli eventi che ci coinvolgono è di Dio, e l’uomo, di cio’, deve prenderne totalmente atto. Il commerciante dell’esempio che ho fatto poco fa, dopo aver mantenuto la calma, dopo essere riuscito a non privare la sua famiglia della serenità e dell’allegria loro dovuta nonostante le sue preoccupazioni, dopo aver esaminato tutte le sue possibilità per risolvere il problema, dopo aver guardato il futuro prossimo con ottimismo, nonostante le apparenze, non essendo nonostante ciò riuscito a trovare una soluzione, avrebbe dovuto affidarsi al proprio Padre con fiducia. Se davvero quest’uomo ha fatto tutto quello che poteva per trovare una soluzione, e nonostanbte cio’ la soluzione non é apparsa, ebbene Dio sarebbe sicuramente in qualche modo intervenuto. Guai al nostro commerciante, però se prima di affidarsi al Padre suo, non avesse percorso tutte le strade possibili ed alla sua portata. Se così non fosse stato, se egli ne avesse tralasciato alcune per pigrizia, per vergogna o altro, allora la soluzione divina agli eventi non sarebbe giunta mai. Egli ne avrebbe quindi subito le conseguenze, divenute a questo punto giuste e legittime.

In uno specifico capitolo di questo libro ho aggiunto, relativamente all’ottimismo, alcuni aspetti dello stesso che mi sembravano pertinenti al contesto che stiamo qui analizzando. Essi, unitamente a quanto espresso sinora, danno un quadro piuttosto completo di ciò che Dio si aspetta dai suoi figli. Quello che segue, invece, è una mia testimonianza personale, che vi invito a valutare, appunto, come tale. Essa narra l’incontro con un medium di piccolo calibro, il cui nome era Secondino (morto ormai da qualche anno), che per un breve momento della sua vita è stato allora strumento di Dio, come lo sono io oggi, come tanta umanità lo è stata o lo è o lo sarà, senza neanche saperlo. A solo titolo di cronaca, Secondino servì “la causa” solo nel portarmi all’interno del mondo medianico, giacché ben presto intervennero, nel mio percorso, medium di ben più alto tenore, Essenze di ordine superiore, per completare la mia formazione spirituale, senza la quale questo libro non avrebbe mai potuto essere scritto. Ma la sua comparsa, in un momento della mia vita particolarmente tragico e apparentemente senza speranza, mi catapultò nel mondo delle Essenze, e da lì mi avviai lungo la mia strada.

“… in mezzo a tanti guai, la comparsa di Secondino mi sembrò naturalmente benefica; e questo non solo per i vantaggi che potevo allora pensare di trarre, per me, in futuro, quanto per la serenità che traspariva dalla sua persona… Io attingevo a questa positività a piene mani con la foga e l’impazienza di chi, rimasto a lungo nel deserto senza acqua, stremato dall’arsura, trovi finalmente una polla di acqua fresca, cui bere a sazietà. Io e Secondino trascorrevamo molte ore delle nostre giornate insieme, e ben presto egli iniziò a fare misteriose quanto inquietanti allusioni (a volte esplicite, a volte velate) alle sue facoltà medianiche. Queste allusioni si andavano facendo via via più chiare e frequenti, fino ad assumere i connotati dei fatti più comuni della vita di tutti i giorni: quasi come se le “Entità” che intervenivano nelle sue sedute, o chi per esse, avessero il potere e l’intenzione di intervenire nella vita quotidiana: sul cliente che finalmente si decide ad acquistare piuttosto che sul parcheggio miracolosamente liberatosi al momento giusto. Cento e più piccoli episodi simili a questi, ciascuno di per sé poco significativo se non irrilevante, andavano prendendo ai miei occhi forma e consistenza, forse solo mai prima d’allora notati. Ma la puntualità con la quale essi si verificavano, ed il sorriso sempre misterioso e complice con il quale Secondino li andava immancabilmente a sottolineare, creavano un clima sottile di complicità cui era sempre più difficile sottrarsi, e che a poco a poco pareva aver contagiato anche Adriano, allora mio socio in affari. Noi eravamo, infatti, resi sì, coriacei e diffidenti dalle asperità della vita, ma anche estremamente recettivi verso qualsiasi proposta terrena o soprannaturale che fosse capace di offrire, se non solide certezze, anche solo flebili speranze in un domani più sereno del tragico oggi che stavamo vivendo da qualche tempo, conseguenza delle nostre sciagurate scelte di vita e da (conseguente) una grave crisi professionale.

Ormai posso tracciare con serenità e precisione il quadro consuntivo dei miei primi mesi di “vita spirituale”. Essenzialmente, quello che era cambiato in me era il “colore “della vita: prima grigia, fredda, pessimistica, NEGATIVA; poi colorata, luminosa, piena di speranza, POSITIVA. Adriano ebbe a dire, un giorno, che, sostanzialmente, la positività altro non è che un atteggiamento mentale. La sua definizione è esatta perché, in effetti, la positività è l’atteggiamento mentale dominante che ci deve accompagnare ogni istante della nostra giornata e della nostra vita. È un atteggiamento che ci fa dire naturalmente, di fronte ad una grave difficoltà: “sono certo che tutto andrà bene” anziché crucciarsi ed inveire sulla disgrazia che ci è capitata. È l’atteggiamento del bicchiere “ancora mezzo pieno” anziché “già mezzo vuoto”; è l’atteggiamento di chi ha fede in Dio e sa, senza alcuna riserva, che Dio interverrà in aiuto e soccorso tutte le volte che le proprie forze e risorse non dovessero bastargli. La positività è una forma di vita ottimista e piena di fede in Dio e nella Sua infinita giustezza e provvidenza. Essa ha una sola regola: l’uomo deve fare tutto ciò che è in sua facoltà, deve sfruttare tutte le sue possibilità per risolvere al meglio qualsiasi problema gli capiti dinnanzi: se, nonostante questo atteggiamento costruttivo, il problema non dovesse essere stato risolto, interverranno certamente casualità, coincidenze e circostanze non previste e non prevedibili, in grado di volgere a suo favore la circostanza. È questo che, principalmente, ho imparato nei miei primi passi verso la luce.

Forse ora penserete che, al di là di un miglioramento qualitativo della mia psiche, diventata assai meno pessimista, la pratica della positività non mi abbia arrecato particolari giovamenti, e quindi potreste essere portati a concludere che questa famosa positività altro non sia che puro e semplice ottimismo. E avreste forse anche ragione, se nella pratica costante della positività non intervenisse la meravigliosa e onnipossente energia dell’Amore. Questa energia, che trova solido terreno di coltura soltanto in chi vive nell’ottimismo, è in grado di trasformare profondamente e dall‘interno questo ottimismo, rendendolo POSITIVO. Come se venisse generata una sorta di cappa, di protezione che, lentamente, isola completamente la persona dalle conseguenze della negatività: isola da quella forza, gemella antitetica, capace di gettare l’uomo nella disperazione e nella tragedia più cupa. Se ai nostri eventi giornalieri viene levata l’acredine, l’animosità, l‘ansia, restano i fatti nudi e fine a loro stessi; ben raramente essi sono in grado, da soli e spogliati dell’aura di angoscia cui spesso si accompagnano, di arrecarci danni seri e compromettenti.

Quando una persona diventa positiva, essa acquisisce naturalmente, e senza alcuno sforzo, la capacità di “risultare affatto attraente” ai non positivi. Come per incanto, strane ed angoscianti amicizie spariscono; personaggi che per anni le hanno imperversato accanto, angosciandone l’esistenza, svaniscono nel nulla; fioriscono invece nuove amicizie: le persone buone si ritrovano e familiarizzano facilmente, ed il bene si sprigiona da sé, naturalmente e senza sforzo, a dissetare la grande sete d’amore di cui l’umanità soffre sin dalle origini della vita. Essere positivi: ecco che cosa appresi da Secondino nei primi mesi della nostra amicizia: e anche se lui amava ammantare i fatti positivi che mi coinvolgevano quotidianamente di un’aura di mistero (talvolta addirittura inquietante) sostanzialmente imparai la lezione: e fu grazie a questo che in me maturò il desiderio di aprire finalmente quella porta socchiusa, da sempre presenza reale e tormentata delle mie fantasie  più intime e dei miei sogni più angoscianti: la porta del mondo di chi è stato come noi prima di noi: la porta della dimensione degli spiriti alla quale mi andavo fatalmente ed inesorabilmente affacciando.

Avrete sicuramente constatato l’ingenuità dell’analisi, allora ancora permeata qua e là da elementi profani e primitivi, come la presenza quasi vincolante della medianità nell’esercizio della positività. Questa analisi di allora non aveva però mancato la sostanza del problema: vivere positivamente è determinante per vivere bene, in pace con noi stessi, con i nostri fratelli e con Dio. Vivere positivamente è un mezzo per accelerare il pagamento del nostro debito karmico, sino ad estinguerlo anticipatamene. Vivere positivamente è essenziale per testimoniare Dio a chi ci sta attorno. Dio non si testimonia vivendo bigottamente od appiattendosi le ginocchia sui banchi dei templi; Dio si testimonia vivendolo, e facendo sì che altri lo vedano vissuto attraverso la nostra quotidianità.

L’insieme armonico delle caratteristiche comportamentali apprese in questo capitolo ha la forza di trasformare il più debole ed indifeso essere umano nell’uomo o nella donna più forte della Terra. Questa persona non temerà più nulla e nessuno. Nessuno potrà nuocergli perché ha nel cuore la positività divina. Sa come invertire la “polarità degli eventi” che la coinvolgono, trasformando le tragedie e le difficoltà che la affliggono in sfide a sé stessa. Sa cambiare di segno agli eventi, cambiare la negatività in positività, il male in bene, l’odio in Amore; sa che così facendo riuscirà a superare brillantemente le prove che Dio gli ha inviato, per rinforzare e per migliorare sempre di più il suo coefficiente personale di positività. Ben presto queste tragedie si diraderanno progressivamente, sino alla totale scomparsa. Giacché esse non sortiscono l’effetto di sottomettere la persona (anzi, sortiscono l’effetto opposto), la regia della negatività si vedrà giocoforza costretta a cambiare strategia, evitando in tal modo di danneggiarsi con la positività della reazione. In altri termini, una volta appreso a girare gli eventi da negativi in positivi, imparando a trasformare i danni in vantaggi, la negatività cesserà di propugnarvene perché non solo sprecherebbe inutilmente preziose energie, ma ad ogni bersaglio fallito seguirà una retrocessione del suo fronte che richiederà, per sferrare l’attacco successivo, energie sempre maggiori.