20 – RELIGIONI

Sono rimasto a lungo incerto sull’opportunità o meno di scrivere questo capitolo, considerando un buon numero di ragioni a favore di entrambe le scelte. In particolare, ad avallare la decisione di non scriverlo, c’era la considerazione che, in materia evolutiva, le verità fondamentali si apprendono da sole, e la scelta di abbandonare la propria religione, divenuta obsoleta, appare del tutto naturale, quando la propria evoluzione lo richieda. Avevo poi una forma di rispetto profondo, quasi di pudore, verso coloro che, onestamente ed in buona fede, cercano e trovano Dio all’interno della propria confessione religiosa, praticata con sincera e onesta dedizione. Ho infine deciso di affrontare l’argomento perché mi sono reso conto che i danni arrecati dalle religioni ai propri fedeli sono di tale gravità che spesso superano, e anche di molto, i vantaggi che esse offrono loro. Tra i danni più gravi, che fortunatamente riguardano solo alcune delle principali religioni, c’è quello che impone ai fedeli, per raggiungere e possedere appieno la verità, di interloquire, seppur a vario titolo, con la struttura ministeriale e sacerdotale, che tutte le religioni si sono preoccupate di darsi, a vario titolo, con singolare e sospetta unicità di vedute. Come se Dio, per parlare al cuore degli uomini, avesse bisogno di intermediari!

Per comprendere a fondo l’esistenza della casta sacerdotale, o come la si voglia chiamare, è molto utile capire le storture e le deformazioni che ogni religione ha operato sul proprio messaggio originario. I ministri del culto, per mantenere i propri privilegi, che seppur con caratteristiche e modalità differenti ciascuna religione ha loro concesso, hanno operato una serie di manipolazioni teologiche del pensiero originario, fondamento della religione di appartenenza, in realtà spinti più dal bisogno di consolidare e mantenere l’egemonia della propria casta che da quello di contribuire onestamente all’autentica interpretazione del messaggio degli inviati da Dio, che di tali religioni sono stati i capostipiti. Nel corso dei millenni, queste “personalizzazioni strumentali” si sono andate via via consolidando, istituzionalizzando ed incancrenendo, al punto che mi sono finalmente risolto ad affrontare con chiarezza l’argomento.

Sin da bambino non sono mai riuscito a concepire il martirio, e nel suo significato più tragicamente perverso (morire tra atroci torture, o combattendo ed uccidendo in nome di Dio), e in quello più moderato (vivere in modo ascetico, rinunciando alla soddisfazione dei propri bisogni più elementari, facendo della volontaria sofferenza e del patimento della fame e del freddo una tragica quotidiana normalità). Io provengo da una cultura cattolica, e conosco bene come la Chiesa Cattolica abbia sventolato per più di mille anni questa macabra e tragica bandiera. Ma anche le altre confessioni religiose non scherzano in proposito; basta considerare, ad esempio, la “Jihad” islamica. Qualcuno forse si chiederà il perché sia sorto, all’interno di tante Chiese, il concetto di sofferenza e di martirio, che tanto vergognosamente ha piagato per secoli carni indifferentemente innocenti quanto colpevoli. Su questo fronte il primato credo tocchi alla Chiesa Cattolica, dove le atrocità efferate commesse dalla “Santissima Inquisizione” sono state tali da superare, in barbarie e crudeltà, le più recenti tristi gesta hitleriane e, spingendomi anche oltre nel tempo, affiancandosi degnamente alla barbarie dei sedicenti islamici jihadisti. C’è comunque una logica in tutto questo, che non giustifica certo, ma che aiuta quantomeno a capire, l’insorgenza di questo triste fenomeno. La Chiesa Cattolica ha sempre volutamente ignorato, sin dalle sue più remote origini, la realtà del karma e della reincarnazione, della quale pure Gesù aveva molto chiaramente parlato, come appare ben documentato in tanti scritti di suoi contemporanei, che la Chiesa Cattolica considera apocrifi. Essa si è pertanto trovata di fronte al problema del giudizio divino al momento della morte, cui ha saputo rispondere solo collocando l’anima direttamente all’Inferno o in Paradiso, prendendo come buono e soprattutto definitivo il saldo karmico tra bene e male operato in vita dall’essere umano in questione, “fotografato” spiritualmente al momento della morte. Come se il saldo fosse “0” al momento della nascita. Del cosiddetto “Purgatorio” se ne parla sempre in modo piuttosto confuso ed imbarazzato, nell‘evidente impossibilità di darne una ragionevole descrizione o spiegazione. Sola e clamorosa eccezione: il periodo storico in cui era oggetto di fiorente commercio, in occidente, la vendita delle indulgenze, dispensate a pagamento per ottenere sconti purgatoriali. Inoltre, per abbreviare e mitigare in qualche modo il peso di quel giudizio, la Chiesa non ha trovato di meglio che introdurre il concetto di purificazione (in vita) attraverso il dolore del proprio corpo e, conseguentemente, del proprio spirito. Concetto vero e profondo, ma la cui iniziativa non può e non deve mai, in nessuna circostanza, essere di pertinenza dell’uomo. Solo Dio può decidere e disporre metodo, qualità e quantità di espiazione, e lo fa proporzionalmente al male da ciascuno generato. Unica eccezione: la scelta del coefficiente karmico di espiazione che ogni Essenza opera al momento di venire al mondo. Una volta nata, però, l’iniziativa in tale direzione non è più di sua competenza. La cosa è poi tanto più strana in quanto, non sapendo di errori commessi in vite passate, l‘unico parametro noto di cui incolparsi, e per il quale punirsi con tanto rigore, era quello originale, oltre naturalmente alle colpe commesse in vita. Curioso che, anziché profondere ogni risorsa nella direzione di non sbagliare più, si sia data così tanta importanza alle procedure che tali colpe redimono, soprattutto a quelle acquistate a suon di quattrini o di favori personali. Naturalmente, l’artefice di tali aberranti interpretazioni della vita è stata, puntualmente, la casta sacerdotale, la quale è giunta ad un tale punto di ipocrisia da spingere i tanti e generosi fedeli che hanno scelto in buona fede la strada del martirio in terra, a dedicare ogni loro residua energia a pregare per la Chiesa e per i suoi sacerdoti. II messaggio, dietro le quinte, è dunque chiaro: “Noi, i capipopolo, i servitori sempre serviti, possiamo vivere come più ci aggrada; gli altri preghino per noi, alleviando in tal modo i nostri peccati! Fortunatamente Dio non è così ingenuo né sprovveduto come costoro lo intendono e vorrebbero, ed alla resa dei conti tali “meriti indiretti” varranno meno della carta sulla quale questo libro è stato stampato.

 

LIVELLI EVOLUTIVI DELLE RELIGIONI

In fondo alla china, tanti millenni or sono, precipitata dall’Eden in cui Dio aveva voluto impiantare la colonia Essenziale terrestre, l’umanità ha iniziato faticosamente e con innumerevoli vicende alterne, una lenta e difficile risalita, alla riconquista della sua originaria e naturale collocazione in seno al progetto divino. Questa risalita, lenta e difficile, si è snodata tra errori, false piste e altrettanto falsi profeti, talvolta seguiti per secoli, e poi abbandonati, alla ricerca di percorsi alternativi, più autenticamente vicini alla verità. Essa ha camminato dolorosamente per millenni, producendosi in un numero infinito di sodalizi, associazioni e congreghe religiose, tutte indistintamente proclamanti se stesse come le depositarie e dispensatrici della verità divina. Lo sforzo di codificare la verità, e Dio con essa, è giunto sino a noi, nella concezione e nell’intima struttura delle grandi “multinazionali della fede” che tutti ben conosciamo, unitamente ad una miriade di piccole o piccolissime realtà confessionali locali, sempre molto attive e battagliere. I tempi oggi sono maturi per compiere un ulteriore passo avanti verso l’evoluzione collettiva, riscoprendo il rapporto diretto, personale e unico che ciascun essere umano deve trovare, dentro di sé, con la propria origine, senza parassiti ed intermediari di alcun genere. Prima però di esaminare le realtà dei giorni nostri e, in particolare, le principali ragioni che hanno monopolizzato la distribuzione, sulla Terra, della cultura religiosa, sarebbe utile tracciare una sintesi delle fasi evolutive più importanti, attraverso le quali le religioni maggiori sono transitate, dalla loro origine sino ai giorni nostri. Ogni passaggio, da un livello a quello successivo, ha comportato un salto di qualità esistenziale di tutta l’umanità, sulla quale esse esercitano la loro diretta od indiretta influenza, tanto da poter affermare che l’evoluzione dell’umanità ha coinciso con l’evoluzione delle proprie religioni (o viceversa, se preferite). Quanti libri sono stati scritti su questo argomento! Anche in questo campo, come in tanti altri che abbiamo affrontato assieme, io non ho la pretesa di essere più ferrato di un antropologo o di un esperto di storia delle Chiese. Il profilo generale che traccerò ora vuole essere solamente un riferimento alla cultura generale di chi mi legge, per far meglio comprendere le tappe salienti della storia spirituale da cui tutti proveniamo.

1° LIVELLO: DIO NEI FENOMENI DELLA NATURA

Il primo e più elementare livello religioso che la specie umana è riuscita a concepire è stato quello dell’adorazione del Dio nascosto nella natura, che si rivela all‘uomo attraverso i suoi fenomeni più terribili quali il tuono, i fulmini, i terremoti, gli incendi, le eruzioni vulcaniche. Queste forme primitive di religione si basavano sul convincimento che la divinità si rivelasse agli uomini quando questi l’avevano in qualche modo irritata. Essa quindi doveva essere rispettata e temuta, nonché placata se necessario, con dei sacrifici animali od umani, nei casi di maggiore gravità. Caratteristiche di questo stadio religioso primitivo sono la non prevedibilità del fenomeno e l’incapacità di consolidare l’immagine del Dio in qualcosa di concreto, evocabile e controllabile direttamente, alla bisogna. Una religione passiva, dunque, dalla quale occorre difendersi e con la quale occorre a tutti i costi instaurare e mantenere un rapporto servile e pacifico, per evitare le conseguenze della sua ira.

2° LIVELLO: DIO NEGLI IDOLI

Il livello successivo consiste nella trasposizione del Dio in un idolo concreto, solitamente inanimato. L’evoluzione spirituale compie con questa trasposizione un grosso passo in avanti; è ora possibile adorare l’idolo ogni qualvolta se ne avverte la necessità, e finalmente prima che le catastrofi naturali si verifichino: a livello, cioè, propiziatorio. Si tratta della prima forma di accomodamento religioso che possiamo verificare nella storia dell’umanità. Raramente, in questa fase ancora primitiva, l’idolo non è animato; esso si presenta piuttosto come un luogo sacro, uno speciale manufatto, un materiale di particolare rarità, un totem da adorare, pregare ed al quale offrire sacrifici propiziatori, anche umani.

3° LIVELLO: DIO INCARNATO IN UN UOMO

Il passo successive fu quello di adorare un essere vivente, incarnazone del Dio. Dapprima animale (cui si potevano attribuire più facilmente intenzioni favorevoli all’umanità) e poi umano, nelle sue funzioni di inviato della divinità. Cristo, Maometto, Confucio, Budda e tantissimi altri uomini “sacri”, il cui nome e le cui gesta non sono tutte giunte sino a noi, ma che hanno caratterizzato ed illuminato, nelle loro rispettive epoche storiche e nell’area geografica in cui essi hanno operato, la storia e la cultura di quel lembo di umanità. L‘idolatria di un essere umano, che chiameremo qui adorazione, ancorché inviato da Dio, è un passo ulteriore, che hanno compiuto quasi tutte le maggiori religioni del Pianeta, che proprio su questo fenomeno hanno costruito gli imperi nominalmente spirituali, ma più concretamente politici e finanziari, che sono giunti sino a noi.

4° LIVELLO: LIBERARSI DALLE RELIGIONI

Il quarto livello, che tratteremo in questo capitolo, é quello cui siamo giunti oggi, che questo Libro contribuisce sostanzialmente ad instaurare. Esso consiste nella comprensione ed assimilazione profonda che i tempi sono ormai maturi per coinvolgerci in Dio direttamente, senza più intermediari, né infrastrutture. Poco importa se questo Dio, divenuto così interlocutore costante, concreto e reale, avrà ancora le fattezze di un essere umano, penserà ancora come un essere umano, reagirà ancora come un essere umano o come tale verrà effigiato in futuro. Quello che conta è che si impari ad accedere a Lui direttamente, finalmente liberi dai plagi arroganti e presuntuosi dei sensali e dei mediatori di vita eterna. Il Dio che è presente in ognuno di noi emergerà prorompente, terminale del Dio supremo, realizzando un tutt’uno di energia d’Amore cui attingeremo e che, a nostra volta, apprenderemo a produrre, in un crescendo felice e gaudioso di qualità di vita terrena e spirituale.

5° LIVELLO: DIO PURA ENERGIA D’AMORE

A titolo di cronaca vi anticipo quella che sarà la fase evolutiva successiva: essa consisterà nella perdita, da parte di Dio, della connotazione umana, non tanto nella forma quanto nella sostanza, nella “mentalità”, acquisendo una identità sempre più simile a quella reale quanto più lontana da quella umana riusciremo a raffigurarla: energia pura, creatività ed Amore. Ma di questo ve ne parlerà probabilmente qualcun altro, nei secoli a venire. O, forse, tornerò io stesso, per finire il lavoro iniziato. Inshallah! La storia delle religioni è molto interessante ed affascinante, ed è senza alcun dubbio una materia che farebbe molto bene a tutti approfondire. Avrei voluto entrare nel merito anche delle religioni minori, ma sono certo che avrei finito per ripetermi, diventando così poco utile alla verità.

 

UNIVOCITÀ DEI MESSAGGI RELIGIOSI

Iniziamo con il constatare come tutte le confessioni religiose si basino sulla nascita, in un determinato luogo e contesto storico, di un essere umano “speciale”. Vuoi inviato direttamente da Dio, vuoi improvvisamente convertitosi a Dio, vuoi semplicemente ispirato da Dio per divulgare il suo messaggio agli uomini. L’inizio è stato simile per tutti: un giorno, un uomo, inaspettatamente ascolta Dio parlargli nel proprio cuore. Da quel giorno, quell’uomo decide di percorrere la sua terra in lungo ed in largo, raccontando ai suoi fratelli la propria conversione o la propria rivelazione, secondo il modo con il quale Dio gli ha parlato. Unitamente poi alla narrazione della propria conversione o illuminazione, egli inizierà a diffondere il proprio messaggio, sempre lo stesso, in tutte le epoche e in tutte le civiltà, nonostante i differenti colori con i quali esso è stato effigiato:   “L’uomo è figlio dell’unico Dio, ed a Lui dovrà tornare, dopo aver appreso e vissuto l’Amore insieme ai suoi fratelli, durante la sua escursione terrena, in felice complicità con la natura ed in pace con gli altri esseri viventi che abitano con lui la Terra”   Ben presto attorno a questi uomini speciali si formarono gruppetti di discepoli; qualcuno iniziò a tenere un diario degli eventi di cui era stato diretto attore o testimone, oppure l’interessato iniziò lui stesso a scrivere il messaggio ricevuto, formando così le premesse culturali e documentali che dettero origine alle grandi confessioni religiose nel mondo.

 

LE CASTE SACERDOTALI

Con il diffondersi delle religioni si va specializzando anche la loro struttura e la loro organizzazione. Sempre più individui decidono di legare la propria esistenza a questo carro, scegliendo di diventarne ministri, imam, sacerdoti, padri spirituali. Questa sola parola: “sacerdote” evoca una ritualità alquanto pagana che nessuno di coloro che sono stati all’origine delle Chiese quali noi oggi le conosciamo, ha mai praticato né predicato. Questi ministri di culto, dopo essersi preoccupati di garantire la propria sopravvivenza futura attraverso l’istaurazione di un regime di dittatura spirituale, dedicano la maggior parte del loro tempo a mantenere e manutenere l’egemonia della propria casta su quella dei credenti, per garantirsi la propria sopravvivenza presente. Talvolta essi sostengono che la propria “investitura “sia di origine divina, altre volte elettiva, altre volte, più modestamente, solo didattica. Dovrebbe invece essere vergognoso ed umiliante, per chiunque, approfittare della buona fede di coloro che si sono affidati, sinceramente ed onestamente, alla propria religione per trovarvi Dio; dovrebbe essere vergognoso ed umiliante anche plagiare costoro al punto tale da indurli, con una sorta di ricatto spirituale, pena la “non redenzione”, a cospicue donazioni, sempre insensibili al reddito, talvolta assai modesto,  dal quale queste donazioni provengono. Le Chiese, si sa, vivono sui poveri in tutto il mondo. I ricchi, tutt’al più “comperano” la propria redenzione con il denaro. Fiumi di denaro  scorrono ininterrottamente dai fedeli alle proprie forme religiose organizzate; donazioni destinate, nell’intendimento di chi le fa, a compartire un po’ di benessere con chi soffre. Ma che tristezza constatare che queste donazioni hanno principalmente e prioritariamente lo scopo di garantire il mantenimento del clero e di tutte le strutture mobiliari ed immobiliari ad esso funzionali, e che solo piccoli ruscelli, rivoli, o talvolta a malapena rigagnoli arrivano a bagnare le aride labbra di coloro cui erano originariamente destinate: ma solo in subordine, e solo per la parte eccedente i fabbisogni di cui dicevo pocanzi. Senza dubbio un’ottima pubblicità in cui investire il poco superfluo, una volta soddisfatti i propri cospicui bisogni primari e secondari. A poco giova, cari fratelli sacerdoti, proclamare che taluni tra voi hanno fatto voto di povertà, e che personalmente non possedete nulla. Voi abitate in case sempre più che decorose, per non dire lussuose; disponete di automobili, di telefoni, di televisori, di computer, di domestiche, di case di vacanza montane e marine, di case di riposo per tutelare adeguatamente la vostra vecchiaia, e qualora necessitiate di cure mediche, potrete sempre contare sui migliori ospedali e sui migliori medici; e, soprattutto, nel vostro borsello c’é sempre qualche moneta, disponibile, alla bisogna, magari per acquistare una  nuova automobile. Non male, per chi ha fatto voto di povertà! Ai fini pratici della vita di tutti i giorni, non conta molto ciò che si “possiede in proprietà” quanto piuttosto ciò che si “possiede in uso”. A che giova dire, ad esempio, che la splendida villa, di proprietà dell’ordine religioso di appartenenza, non è del sacerdote che la abita, se egli in realtà la gode, per giunta senza pagare alcuna pigione? II vostro voto di povertà è davvero un grande esempio di ipocrisia, e grida vendetta al cospetto di Dio! A questa desolante realtà ci sono sicuramente delle eccezioni. Ci sono sempre delle eccezioni, quando si tratta del genere umano. Alcuni sacerdoti, talvolta addirittura alcuni ordini religiosi, hanno realmente vissuto in povertà (penso al povero Charles de Foucauld). Ma si tratta, come dicevo, di utili eccezioni, sempre strumentalizzate ad arte dai più per dissimulare la verità. Con ciò non intendo sostenere che il clero, come qualunque altra categoria umana, debba vivere in povertà. Dio non vuole i poveri, così come non vuole i ricchi. Con questa affermazione io intendo contestare, con tutta la forza della verità, l’ipocrisia e la vigliaccheria di chi si dice povero per scaricare su altri, “realmente” poveri, l’onere di essere mantenuto, per vivere poi uno standard di vita in evidente contrasto con quanto asserito. Quante dichiarazioni programmatiche di sacerdoti più o meno tutte concordi nella rinuncia “a parole” ai beni ed alle comodità del mondo, si sono viste, nella storia di certe Chiese! Quanto socialmente dannoso ed improduttivo è colui o colei che rinunci alla battaglia quotidiana della vita ed alla sua dimensione più creativa, per la ben più comoda ed ipocrita soluzione parassita, addirittura ostentata come se si trattasse di un merito, assunto con grande “sacrificio” compiuto in nome di Dio! Mi ricordo che da ragazzo assistetti alla “consacrazione” di un sacerdote, fratello di un piccolo imprenditore ed esponente politico locale. Conoscevo molto bene questo neo sacerdote, la sua viscida vocazione al servilismo, il suo ossequioso ed untuoso rispetto per l’autorità sia religiosa che civile malcelata da umiltà, ma praticamente utilizzata per ottenere vantaggi e privilegi personali, per sé e per la propria famiglia. Quanto mi disgustò quell’episodio! Vedere quell’uomo così meschino “in estasi”, sdraiato a terra, rapito dalla coreografia e dall’anacronismo così poco evangelico della cerimonia dell’investitura bearsi, gongolarsi e compiacersi con amici e parenti, per la recente acquisizione di questo “status”, mi generò un sentimento di tale repulsione che, tutt’ora, lo serbo vivo e chiaro nella mia mente. Come non leggere, tra quelle reazioni di ragazzo, il prodromo forte e chiaro della vocazione che, evidentemente, iniziava già allora a consolidarsi dentro di me. Un’ultima considerazione, che penso sia valida prevalentemente per il mondo cristiano, riguarda la cosiddetta assoluzione dai peccati. Solo Dio puo’ rimettere i peccati (e qualche volta lo fa); il più delle volte, Dio permette agli uomini di pagare le proprie colpe attraverso sofferenze karmiche. Ma mai si sognerebbe, né mai si è sognato di “delegare” a qualche suo sedicente incaricato il potere di assolvere dai peccati! Che grande sciocchezza è questa, che scambia, con poche preghiere pronunciate spesso anche distrattamente, il perdono di Dio. Che grande bestemmia! Sia essa pronunciata mediante una assoluzione confessoria che mediante un atto fisico di pellegrinaggio in un luogo santo: sempre di bestemmia trattasi. Dico e ribadisco questo concetto, indipendentemente da ciò che gli uomini che hanno scritto i libri sacri hanno voluto dire o scrivere al riguardo, a supporto di questa pratica scandalosa.

 

ACCESSO DIRETTO A DIO

Naturalmente non è solo la necessità di dire la verità sulle caste sacerdotali, che mi ha spinto a scrivere questo capitolo. Il motivo principale, il messaggio portante che intendo trasmettere, è infatti ben altro. Sino ad oggi le religioni sono state talvolta un accettabile strumento per conoscere e raggiungere Dio per tante Essenze di buona volontà, e questo nonostante le innumerevoli aberrazioni che le hanno caratterizzate, e che abbiamo esaminato pocanzi. Oggi esse stanno diventando inutili, e andranno accantonate senza rimpianto e senza conflitti, come la storia ha sempre accantonato ogni modello politico o sociale divenuto obsoleto e superato dal corso degli eventi. Ben presto l’umanità dovrà cercare, e trovare in sé, l’autenticità del messaggio divino, senza più bisogno di interpreti autorizzati, né di rituali più o meno pagani. Dio è in ciascun essere umano, e non aspetta altro che essere scoperto ed ascoltato. Ogni uomo possiede un’anima, un’Essenza. Essa non solo è un dono di Dio, ma è un frammento di Dio, e a Dio essa è destinata a tornare, una volta esauriti i cicli di reincarnazione necessari alla sua totale purificazione dagli errori originali e da quelli accumulati nelle sue vite passate, là dove esse siano state spese nel culto del proprio edonismo anziché alla ricerca della propria redenzione. II Dio che vive in ciascuno di noi sa bene che cosa fare in ogni circostanza della nostra vita per essere nella verità. Non servono molte spiegazioni, né tantomeno serve una casta di persone preposte a leggere e commentare “ufficialmente” la volontà di Dio. Questo libro, pensato e scritto come un manuale di riferimento, è più che sufficiente ad indurre chiunque a ritrovare i giusti binari entro i quali far fluttuare liberamente la propria esistenza. Molto lavoro lo si deve fare direttamente, da soli od associandosi in piccoli gruppi di ricerca. Abbiamo visto come l’uomo debba andare incontro a Dio lasciandosi guidare dal proprio istinto, ripudiando intermediari e mediatori di anime e di perdono divino, quali sono i sacerdoti di tutti i culti. Sappiamo però che ciascun essere umano si trova, individualmente, ad un livello evolutivo proprio, singolarmente diverso e chiaramente differenziato da quello di ciascuno dei suoi fratelli. Da che parte deve dunque cominciare, colui o colei che intende iniziare il proprio cammino evolutivo? Per costoro, l‘attenta, interiorizzante e profonda lettura di questo libro potrebbe essere un buon inizio, soprattutto se accompagnata dall’onesto confronto del contenuto di ciascun capitolo con la propria vita e da una genuina professione di fede una volta riconosciuto intimamente come giusto il suo contenuto. Al termine di questo grande e costruttivo lavoro, essi possederanno tutte le basi necessarie per procedere all’eliminazione dei pesi che gravano sulla propria evoluzione. Essi potranno così librarsi al di sopra dall’ansia, dell’angoscia, della paura, della sofferenza e dell’incertezza che caratterizzano i lati peggiori della vita umana, per volare incontro a Dio nell’estasi della Sua totale energia. Può succedere che, nel corso della lettura, taluni argomenti possano sembrare trattati in modo generico e superficiale, ad esempio perché non corredati di sufficienti esempi calzanti, oppure perché non vengono citati utili e significativi risvolti per ciascun argomento.  In tal caso, conviene porsi in silenzio ed umiltà in ascolto di Dio: regalatevi un pomeriggio libero in un parco, o in riva al mare, o semplicemente in un luogo che vi piaccia e dove non siate disturbati, e ascoltate: Dio non mancherà di “chiarirvi direttamente nell’animo” ciò che vi serve per continuare la vostra strada verso la Luce. Va infine compreso bene che questo libro illustra i principi della vita, non i suoi dettagli, per i quali è necessario che, individualmente, ognuno provveda a trasfonderli nella propria esistenza in mode autonomo, completo e personale.

Ritornando alle religioni, voi non potete immaginare quanto io sia contento che, per tanti pachidermi della fede, stia scoccando l’ora fatale. Quante volte, discorrendo con Gesù, l’ho ascoltato dissociarsi radicalmente dal magistero della Chiesa Cattolica, che pure sostiene di esserne l‘unica, autorevole e legittima sua erede. Quante volte l’ho sentito ripudiare con veemenza quelle strutture e gerarchie! II terzo millennio vedrà, a Dio piacendo, estinguersi queste monolitiche e pachidermiche organizzazioni. Al momento in cui scrivo non so ancora quale via Dio vorrà intraprendere per perseguire questo risultato, cui certamente la diffusione di questo libro darà un sostanziale contributo. Né conosco con certezza quanto tempo impiegheranno queste stesse strutture, per portare a definitivo compimento la propria agonia. Si tratta di organizzazioni millenarie che hanno saputo resistere ad antiche e recenti persecuzioni, ben temprate e capaci di resistere anche stringendo i denti.  Ciò che sicuramente non crollerà sarà la fede che anima i credenti sinceri. Essa dovrà rimodellarsi sulla base della verità e del rapporto diretto con Dio; dovrà rinunciare del tutto alle strutture esteriori quali i riti, le processioni. Le celebrazioni religiose, i paramenti, le ritualità magico-sacramentali, le chiese, i templi, le dispense liberatorie dei pellegrinaggi alla Mecca e, rinuncia delle rinuncie: alla preghiera! Dovranno dissolversi le divinità “ausiliarie” ed “intermediarie” come madonne, santi, templi ed effigi sacre, reliquie di cadaveri di uomini del passato idolatrati alla stregua di Dio, tutte gravi bestemmie, interferenze e turbative della fede, volute ed alimentate esclusivamente dal maligno per distogliere attenzione ed amore da Dio. A nulla valgono, in questo caso, le obiezioni di chi sostiene che pregare S. Gennaro è un mezzo per giungere a Dio. Questo non è assolutamente vero. II S. Gennaro in questione, ammesso che sia davvero esistito così come lo si tramanda, per costoro si sostituisce a Dio, al quale sottrae la maggior parte degli attributi ed energie che l’umanità, seppure nell’attuale suo stadio ancora primitivo, riconosce alla divinità. Ho detto più volte che, spesso, prendo ad esempio la Chiesa Cattolica perché ne conosco meglio l’intima struttura e mentalità. Volendo però esaminare anche le altre principali confessioni religiose, vi coglieremmo una realtà certo non migliore. Che dire dei riti Ebraici, vecchi di millenni, anacronistici e ormai senza alcuna attinenza, neppure più simbolica, con la realtà? E quelli dei Musulmani, del tutto privi di anima, semplici e ripetitivi esercizi ginnici e fonetici, che assurgono a significati ipocritamente liberatori dalle colpe che ciascuno accumula quotidianamente, senza scrupolo di sorta? Che dire delle civiltà religiose Indù, che non hanno ancora neppure saputo maturare lo stadio elementare di sviluppo monoteista, astraendolo dalle iniquità delle proprie limitazioni umane? Oppure della religione Buddista, così contemplativa e così propensa a delegare ad altri doveri ed incombenze quotidiane, salvo poi vivere “meglio possibile” in barba a quanto predicato? La religione Protestante, così anacronistica, puritana, ipocrita e razzista? Sono certo che molti di coloro che mi hanno letto sino ad ora, avranno provato in fondo al loro cuore sincero dolore. Come quando si rompe un oggetto caro alla nostra infanzia, che ha resistito indenne a cento battaglie. È come quando il ragazzino scopre che Babbo Natale non esiste. Egli prova una delusione cocente che neppure la sufficienza derivatagli dal suo essere ormai adulto serve a mitigare. L‘essere umano ha sempre amato affidarsi alla magia dei rituali e dei maghi-sacerdoti. È un modo vecchio come l’uomo per esorcizzare la consapevolezza delle proprie limitazioni e dei propri errori, affidando all’ignoto le aspettative più o meno lecite e legittime di miglioramento della qualità della propria vita. La forma più primitiva di psicoalanisi conosciuta. I templi eternamente in penombra, odoranti di incenso, dove tutti bisbigliano, paiono trasportarci in una dimensione di pace irreale, al di fuori delle battaglie quotidiane per la sopravvivenza… Oasi psichiatriche nelle quali, per un po’, simulare a noi stessi di essere diversi da ciò che siamo. Simboli religiosi, veri e propri talismani magici, di purissima ispirazione e vocazione pagana quali immagini sacre, acque benedette, medagliette miracolose, pezzi di reliquie di cadaveri del passato, sangue (o quale altra porcheria sia quella famosa sostanza partenopea che si scioglie e poi si riconsolida), ostensori, ostie consacrate, reliquie… Che grande liberazione ha provato da sempre colui che, in quel contesto “magico”, affidava finalmente a Dio il compito di risolvere i problemi gravi al proprio posto: quanto più “leggeri “si sono sempre sentiti tutti, dopo aver “pregato” Dio di aggiustare un pasticcio o di “pensarci lui” a dare al proprio nemico il castigo che si merita! Migliaia, milioni di persone sono transitate dentro queste esperienze, abilmente pilotate dalla casta sacerdotale che al mantenimento di questo fascino mistico (o magico?) ha sempre mirato, per propria convenienza. Quanto più “felici” ci si sente dopo aver abdicato a Dio la soluzione dei propri guai! Un atto formale di vigliaccheria e di resa, ben lontano dall’atteggiamento che deve tenere “l’uomo di Dio”, che l’Altissimo mi ha chiesto di descrivere in questo libro. Ecco così ben spiegato il perché solo un’infinitesima parte delle “richieste” che gli uomini rivolgono quotidianamente a Dio, giunge a buon fine! La loro grande maggioranza, come ebbi già a scrivere altrove, non solo non arriva alla favorevole consapevolezza dell’Altissimo, ma spesso, eufemisticamente, non oltrepassa neppure i soffitti dei templi in cui queste richieste vengono talvolta anche solennemente formulate; e ciò nonostante si usi accompagnare tali richieste con atteggiamenti tanto ipocritamente riverenti e sottomessi. Anche il concetto stesso di preghiera, intesa come comunicazione diretta con Dio, di ciò che chiediamo a Dio di fare per noi, dovrà subire un radicale processo di aggiornamento, per il rinnovato rapporto tra uomo e Dio successivo alla rifondazione spirituale che caratterizzerà il terzio millennio (almeno tra gli uomini che gli sopravvivranno…).  La forma di preghiera, che oggi rappresenta il 90% delle “comunicazioni” rivolte alla divinità – quelle in cui l’uomo chiede a Dio una grazia per sé o per i suoi cari – dovrà, ad esempio, essere bandita del tutto dai cuori e dalle labbra dei credenti. Basterebbe riflettere un attimo sul problema perché chiunque se ne renda conto da solo. Dio conosce, nell’intimità, necessità e bisogni di ogni essere umano in quanto Egli “è” in ogni essere umano! Ne costituisce l’Anima, l’Essenza. Dio misura costantemente ogni situazione in cui ciascuno di noi viene a trovarsi, e non permette mai, senza alcuna eccezione, che un uomo si ritrovi invischiato in una situazione più grande della sua personale capacità di controllo; dunque, che senso ha “chiedere” a Dio alcunché”? L’unico significato di questo genere di “preghiere “, che vedo chiaramente, è il desiderio di “scaricare” su di Lui tutte le prove che non abbiamo voglia o che in qualche modo non ci vogliamo pensare in grado di affrontare. Questo atteggiamento, con la nostra Evoluzione, ha ben poco a che vedere. Non ha il benché minimo senso, sul piano funzionale, dedicare del tempo a Dio facendo una cosa assolutamente inutile quale il recitare una preghiera a memoria, ripetitivamente, o compiere una determinata azione meccanicamente come recitare il “rosario”, oppure inginocchiarsi verso la Mecca cinque volte al giorno, convinti tra l’altro che tali azioni posseggano, in sé, il magico potere di “toccare” l’animo di Dio! Dio non si prega in modo così infantile per non dire burlesco. Dio non si deve pregare. Il pregarlo è una azione tanto inutile quanto offensiva (se mai Dio si potesse offendere…); Lui non sa cosa farsene di queste espressioni di “fede” ipocrite, distratte quando non annoiate. Dio va portato nel cuore, vissuto e testimoniato costantemente. Dio va Amato, non pregato, e l’Amore lo si vive nei fatti della vita e non con dichiarazioni di intenti. Da parte Sua Egli, che ci legge costantemente, avrà modo di valutare in ogni momento ciò di cui noi abbiamo realmente bisogno, e quando si delinea la necessità di fornirci un aiuto straordinario, perché gli eventi che stiamo vivendo appaiono superiori alle nostre forze, Egli ce lo proporrà nel tempo e nel modo migliore, senza che noi glie lo chiediamo. Io non ho mai creduto molto alla preghiera intesa come sequenza di formule da bisbigliare alla divinità in atteggiamento sottomesso e con lo sguardo implorante pateticamente rivolto verso l’alto, talvolta pronunciate da una persona che poco prima o poco dopo ha prevaricato o prevaricherà il suo prossimo senza pietà e senza esitazione alcuna. Se potessi scrivere tutte le sciocchezze che ho ascoltato fuoriuscire dalle labbra di chi prega, non basterebbero le memorie dei nostri computer più potenti. Non credo sia utile, in questo contesto, entrare troppo nel dettaglio. Ne citerò una per tutte, che ho ascoltato pronunciare da una suora cattolica:

Preghiamo perché Dio ci doni finalmente la pace!”

Si tratta di una aberrazione, che racchiude una tale gravità concettuale che mi riesce difficile addirittura il commentarla. Eppure, vi assicuro, che nessuno dei presenti a quella preghiera trovò nulla da ridire, e tutti bovinamente risposero in coro: “ascoltaci, o Signore!”. Innanzitutto vorrei che si riflettesse insieme sul significato di quel finalmente. Quasi come se Dio, prima di oggi, non avesse mai voluto farci dono della sua pace. Il voler dare a Dio la colpa delle guerre, che invece gli uomini, e soltanto essi, autonomamente e in piena libertà, hanno provocato con la propria stupidità, cupidigia e crudeltà, è una bestemmia di ignobili ed immani proporzioni. “Finalmente la pace”. Essa avrebbe potuto esprimere la propria preghiera, se proprio avesse voluto esprimerne una, ad esempio così: … Preghiamo perché gli uomini sappiano finalmente ritrovare la pace di Dio”. Ecco, se fosse stata formulata in questo modo la frase sarebbe stata soltanto del tutto inutile, ma avrebbe almeno avuto un senso compiuto e non avrebbe offeso Dio. Inoltre, anche così, sarebbe stata imprecisa, perché Dio non ha alcun bisogno di essere “sollecitato” per consentire agli uomini di scoprire, nel proprio profondo, il senso e il gusto della pace! Egli coglie ogni più piccola sfumatura, ogni minima possibilità, anche remota, per farsi ascoltare da ciascuno di noi; ma gli uomini sono dei criminali incalliti. Essi non Lo vogliono ascoltare. E trovo ancora più criminale che chi insegna ed induce a pregare, con la presunzione di amministrare e dispensare la verità in quanto persona consacrata a Dio (!), non faccia nulla per smascherare, anche agli occhi dei più giovani, questa incresciosa quanto vergognosa sceneggiata. Non è Dio che deve “mandarci” la sua pace: sono gli uomini che debbono degnarsi di praticarla! Dio ci donò la pace tanti e tanti anni or sono, a tutti indistintamente, senza eccezioni e senza limitazioni, quando ricevemmo in dono da Lui la nostra anima, differenziandoci così dal resto degli esseri viventi, che noi oggi chiamiamo animali. Egli ci donò la pace insieme a tutti gli altri valori che determinano la Sua giustezza. Egli affidò questi valori alla nostra coscienza e consapevolezza. Cosa ne abbiamo fatto, di questi doni, non è difficile immaginarlo. Si trovano sepolti sotto le coltri dell’odio, delle guerre, degli olocausti di Aushwitz come di Nagasaki, del Napalm come delle bombe, delle fosse comuni Siriane, del razzismo, dell’odio, dell’egoismo, dell’invidia, della fame imposta da chi muore per essere troppo sovrappeso, dalla cecità, dal silenzio colpevole e dall’ignavia di tutti. Si trovano sepolti sotto i milioni di uomini e donne ridotti in schiavitù e condannati a morire di stenti e di lavoro feroce e disumano per consentire ai loro padroni di recarsi, la domenica, a pregare in Chiesa o il venerdì in Moschea o il sabato in Sinagoga.

So bene quanto la preghiera sia radicata nell’animo di ciascun credente. Se proprio non volete farne a meno, provate a mettere in pratica questo suggerimento: Provate a chiudere gli occhi, nel silenzio, e pensate con struggimento alla persona che amate di più. Estendete ora questa emozione a tutti coloro che conoscete, raccogliendoli tutti in un abbraccio mentale, stringendoveli idealmente ed energeticamente al cuore… lasciate scaturire da voi questo imperioso sentimento… ascoltate la commozione impossessarsi di voi sino alle lacrime. Ascoltate Dio emergere da voi e servirsi di voi per utilizzare questo vostro Amore! Provate ad addormentarvi così, senza sciogliervi da questo meraviglioso abbraccio ideale. La mattina vi risveglierete in Dio. Quella giornata potrebbe forse essere, un giorno, la vostra migliore credenziale da esibire a chi vi sta attendendo, dopo che avrete esalato l’ultimo respiro. Quante cose vanno riviste, in ciascuno di noi, nella nostra cultura, formazione religiosa, abitudini, convinzioni e consuetudini di vita, in concomitanza con il crollo delle religioni tradizionali che sta per affacciarsi sulla nostra umanità. Io ho voluto qui’ darne solamente qualche breve indicazione, per vostro riferimento. Ciascuna donna e ciascun uomo dovrà fare da sé la necessaria pulizia spirituale, gettando dalla propria vita usanze, abitudini e luoghi comuni ereditati dalla propria cultura, che si collochino tra essi e la fonte universale dell’Amore. Chi ci riuscirà darà prova di grande fede. Costui, se lo vorrà, potrà aiutare spiritualmente qualche sacerdote, o ministro o imam o come volete chiamarlo il quale, rimasto sconcertato dall’essere improvvisamente rimasto “senza lavoro” e “senza vitalizio” arranchi affannosamente alla ricerca di qualche – finalmente – autentica boccata d’aria pura. Ben pochi di costoro infatti conoscono l’autentica fede, e ad essi il vostro aiuto risulterà particolarmente prezioso.

Giunti a questo punto vorrei fare una confessione personale. Come ho già scritto in altre parti di questo libro, io non ho vissuto una vita degna di essere raccontata e men che mai imitata. I miei pregressi karmici e gli errori che ho deliberatamente fatto in questa vita, non ultimo quello di aver scelto di dividere la mia vita con persone la cui anima poteva assumere qualsiasi colore tranne il bianco, mi hanno portato parecchie volte a pagare duramente, rasentando in più di una occasione la vita indigente (che, ad onore del vero, Dio mi ha sempre voluto risparmiare). In più di una occasione ho passato momenti di umana disperazione i quali, seppur sostenuti, edulcorati e contenuti dall’applicazione dei principi che ho in questo libro enunciati, mi hanno portato a un filo dalla follia o dal suicidio. Ebbene, in quei giorni, ho pregato anch’io. Non sapendo bene come pregare, ma sentendo il bisogno irrefrenabile di rimettermi al padre, finivo sempre per formulare nel profondo del mio animo questo pensiero:

So di meritare quanto mi stà succedendo, giacché lo sto’ vivendo, e se lo sto’ vivendo significa che tu hai permesso che questo avvenga, il che significa che io me lo merito. Ma, ti prego, aiutami, e dammi la forza di sopportare, di reagire come reagiresti Tu al posto mio, di accettare qualsiasi cosa mi possa capitare certo di fare la tua volontà, e fai di me ciò che ti piace, secondo ciò che io merito!”  

Ciò che più mi preoccupava, in quei momenti, non era tanto la conseguenza delle mie azioni bensì il timore che io non avessi saputo ad esse reagire come Dio si sarebbe atteso da me! Ma che grande gioia dà, a volte, parlare con il Padre! Quante volte sono sgorgate dai miei occhi lacrime di gioia, preso da un’emozione immensa e profonda, e da questo capendo che il Padre mi aveva ascoltato…. Vorrei ancora fare rilevare come la permanenza in essere delle religioni sia ormai una realtà “offensiva” anche per l’intelligenza dei loro stessi fedeli. È mai possibile, che persone sensibili e colte non si accorgano che tutte, e ripeto tutte le religioni predicano, sostanzialmente, le stesse cose? È mai possibile, che essi non si rendano conto che l’essenza di ogni confessione religiosa consiste nell’esortare gli uomini ad amarsi gli uni gli altri come Dio ama ciascuno di loro, senza privilegi né favoritismi? Che tutte le religioni esortano ad amare e rispettare la propria famiglia, allevare in modo responsabile i figli, vivere con i propri fratelli in pace ed armonia, aiutare chi soffre, compartire le proprie ricchezze superflue con chi ricchezze non ha, lavorare e dare lavoro onestamente, pagare tutti le tasse e con questo permettere a tutti di vivere bene, istruendosi e curandosi dignitosamente? È mai possibile che essi non si accorgano che la maggior parte delle differenze tra le diverse confessioni religiose si impernia sui rituali e sulle esteriorizzazioni, patrimonio geloso ed esclusivo dei ministri di culto, che diventano anche per questo, agli occhi di Dio, i principali responsabili criminali di queste assurde differenziazioni? Quante volte si è giunti all’aberrazione totale, dove gli stessi sacerdoti diventano i fomentatori di sanguinose guerre di religione, promosse in nome dell’interesse della propria casta al fine di primeggiare sulle caste concorrenti, ed il tutto combattuto “…in nome di Dio”? In nome di Dio, essi sogliono dire, mentre benedicono gli eserciti. A sentir loro, usa ripetere una mia cara sorella ora tornata nella casa del Padre, Dio sarebbe il più grande guerrafondaio della Terra, poiché tutte le guerre sono state combattute in suo nome o sotto la sua protezione. “Gott (ist) mit uns”, dicevano le SS naziste mentre rastrellavano gli ebrei da mandare ai campi di sterminio; Allah è grande, gridavano uomini incappucciati mentre sgozzavano alacremente i propri fratelli siriani; Dio è con noi, dicevano i cappellani militari mentre benedivano gli eserciti prima di mandarli al macenno, non dopo aver massacrato quanti più uomini possibile. Dio, davvero, parrebbe il più grande guerrafondaio di questa Terra! Solo l’enorme buona fede delle persone semplici e di cuore è in grado di impedire alla propria coscienza di realizzare l’assurdità di tutto questo. Ma è ora giunto il tempo che anche costoro si risveglino, sostituendo alla propria colpevole ingenuità, una più nitida e soggettiva autocoscienza di sé stessi e del Dio che è in ciascuno di loro, pronto a prorompere all’esterno, al primo accenno di coscienza da parte di colui o colei che si accinge ad aprire il proprio cuore alla sua Luce.