24 – PENSIERO SOCIALE

Abbiamo assistito, nell’ultimo scorcio del secolo appena conclusosi, al crollo dell’utopia comunista e al conseguente crollo dei sistemi totalitari che ne alimentavano forzosamente l’esistenza. Negli assestamenti socio-politici nei quali questa utopia ha imperversato per oltre mezzo secolo, l’uomo è stato spersonalizzato e ridotto al ruolo di semplice ed ininfluente unità sociale, della serie: “uno vale uno”, cessando virtualmente di esistere come persona in nome della collettività, della quale è diventato un componente numerico ed in nome o nell’interesse della quale esso avrebbe potuto essere sacrificato senza alcuna riserva. Questa aberrante concezione dell’organizzazione della realtà umana, che puntualmente si riaffaccia caparbiamente anche ai tempi in cui scrivo, era logicamente destinata a fallire; ma prima di crollare del tutto, essa ha inferto tali e tante ferite e lacerazioni al tessuto umano collettivo, che molto tempo dovrà ancora trascorrere prima che esse si possano dire del tutto rimarginate. Io non mi sono mai sentito infervorito od affascinato dalla follia ideologica comunista, ed ho gioito insieme all’umanità intera quando il muro di Berlino è crollato e, con esso, l’aberrazione politica che lo aveva eretto. Sul perché del comunismo e sul perché esso sia così precipitosamente e rovinosamente crollato sono stati detti e scritti fiumi di parole. Tutti hanno tentato la propria interpretazione e tutti hanno tratto le proprie conclusioni. Noi sappiamo, invece, che l’energia necessaria alla sua disgregazione è stata fornita da Dio. Tentare un’interpretazione storica o sociologica, in quest’ottica, porterebbe a conclusioni errate o riduttive. In ogni sistema sociale, infatti,  c’è sempre qualcosa di buono, anche in mezzo al lerciume più fetido, ed è proprio a questo frammento di bontà che Dio si è collegato per iniziare questo processo, ormai quasi concluso su tutta la superficie del pianeta.

 

 

ORGANIZZAZIONE SOCIALE NELL’EDEN

Ciascuno di noi ha il dovere di operare e pensare in giustezza. Ciò significa, in pratica, operare e pensare come opererebbe e penserebbe Dio nei nostri panni, relativamente alla distribuzione della ricchezza sul Pianeta. Per avere un’idea di come la pensa Dio al riguardo, torneremo insieme alle origini, al Paradiso Terrestre, prima dell’avvento del male, per conoscere come Dio aveva, allora, organizzato la prima società umana. È infatti molto importante per tutti conoscere i parametri che, allora, regolavano la nostra comunità originaria. Non che oggi sia possibile vivere come allora, almeno non lo sarà ancora per molto tempo. La razza umana è talmente degenerata che viviamo tutti in mezzo all’indifferenza, all’odio, alla disuguaglianza, alla violenza, alla regressione ed all’abbruttimento fisico, alla morte. Conoscere i criteri organizzativi e di comportamento di allora, in ogni caso, non potrà che fare del bene a tutti, perché è a quei valori che, ieri come oggi, noi siamo chiamati a fare riferimento. Se oggi è, forse, ancora improponibile proporre uno stile di vita analogo a quello di allora, nessuno ci vieta di impegnarci ad operare in quella direzione, affinche esso sia proponibile domani, con l’aiuto di Dio e di tutti voi.

In quel tempo la nostra era una piccola comunità bucolica, semplicemente organizzata e tecnologicamente molto primitiva ed essenziale. Eravamo l’unica colonia consapevole della propria completezza spirituale sull’intero Pianeta Terra. Eravamo colmi di Amore puro, incontaminato, perché nelle nostre Essenze era ben vivido e saldo il legame che ci univa a Dio, dal quale ci eravamo appena separati per essere da Lui inviati in missione di “popolamento d‘Amore” su questo pianeta. Allora, nella regione in cui abitavamo, non c’erano davvero problemi di sussistenza. Si viveva dei frutti spontanei della natura e la loro assimilazione per gusto, profumo e principi nutritivi  confluiva direttamente nei nostri corpi per assimilazione contemplativa, direi quasi per una sorta di osmosi energetica, senza che questi frutti venissero fisicamente staccati dagli alberi o mangiati. Meno che mai potevamo concepire di uccidere altri esseri viventi per nutrirci dei loro cadaveri. Noi sapevamo, di noi stessi e dell’intero Universo, tutto ciò che era necessario conoscere, tutto ciò che i nostri scienziati di ogni ramo e di ogni specializzazione, conosceranno sino alla fine dei tempi. La nostra non era una conoscenza scientifica così come noi oggi la intendiamo. Noi non avevamo la necessità di dimostrare nulla, né a noi stessi né agli altri. Noi sapevamo, e tanto ci bastava, senza porci inutili quato futili domande sul come o sul perché di circostanze, cose, fenomeni o realtà. Tutte le volte che era necessario, per una ragione plausibile, acquisire una specifica conoscenza fisica, anatomica, astrologica o di qualsiasi altra natura, essa veniva istantaneamente a delinearsi nella nostra mente, inculcata per infusione divina. L’informazione, resa così disponibile alla nostra consapevolezza, sarebbe stata poi da noi gestita per il meglio, in relazione al bisogno che tale necessità aveva generato.

Tra di noi regnava l‘armonia assoluta, il desiderio totale di essere gli uni utili agli altri e viceversa, nella naturale specializzazione genetica ed attitudinale che allora si stava iniziando a delineare. Se noi fossimo stati meno sciagurati, e se non avessimo dato corpo e mente a Satana, anche noi avremmo ovviamente percorso, ma con infinita maggior profondità ed equilibrio, la strada della fattiva manipolazione degli elementi della natura. Anche noi avremmo dato origine ad una tecnologia di servizio, funzionale cioè al miglioramento del nostro standard esistenziale, ma essa sarebbe stata progettata e, soprattutto, utilizzata e vissuta con amore e giustezza infiniti: il progresso senza danneggiare l’ambiente. Oggi, per produrre, ad esempio, un palmare, occorre prima recuperare le materie prime, poi produrre i vari componenti e poi assemblare il tutto. Tutto ciò che si produce oggi parte da una materia prima successivamente trasformata, per produrre prima e gestire poi la quale si sperperano quantitativi di energia inimmaginabili. Se allora avessimo avuto, dico per assurdo, a puro titolo di ameno esempio, la necessità di un palmare, lo avremmo “creato” semplicemente riorganizzando l’energia nelle forme della materia, per organizzata e complessa che dovesse essere, che avrebbe creato il palmare. Come fa Dio!

Pensate a quante risorse mentali e materiali il genere umano nel suo complesso ha profuso per alimentare, esercitare e rendere fattiva l’arte infame della guerra prima, e per lenire e riparare poi, gli ingentissimi danni che essa ha sempre arrecato. Pensate quanti morti, quante civiltà distrutte, quante menti perdute la guerra ha provocato. Pensate al rallentamento della civiltà, all’odio, alla fame, alla paura, all’angoscia, all’oscurantismo che la guerra ha da sempre portato con sé, macabro e demoniaco talamo del male universale. Mentre questo libro va in rete stiamo vivendo tutti il dramma Siriano! Provate a immaginare, condensata, tutta la sofferenza generata da queste fecce a parvenza similumana del Daesh, che si dicono credenti in Dio! Provate a pensare ora dove saremmo già giunti se, invece che per fabbricare oggetti di morte, l’umanità avesse devoluto nella ricerca scientifica costruttiva tutte le risorse sino ad oggi impiegate dell’industria bellica. Oppure se avessimo devoluto tali risorse nelle opere di socializzazione o nel ripristino degli equilibri delle risorse naturali del Pianeta alterate dall’uomo. O, ancora, se le avessimo devolute al perseguimentgo della dignità di tutte le genti nella salvaguardia del proprio diritto di esistere, curarsi, formarsi e vivere dignitosamente.  Saremmo talmente diversi da come siamo ora che stenteremmo a riconoscerci. Questa società ideale sarebbe stata funzionale all’uomo, alle sue esigenze ed alle esigenze di tutti gli altri esseri viventi con cui l’uomo avrebbe spartito fraternamente lo spazio e le risorse vitali del Pianeta. Si sarebbe raggiunto un sapiente e funzionale equilibrio tra le legittime specializzazioni individuali e le necessità della società nel suo insieme. Parlando di ambizioni personali non mi riferisco ai miti virtuali della carriera, del potere o del denaro. Mi riferisco alla volontà di utilizzare nel miglior modo i proprii talenti, inclinazioni e vocazioni personali, per poterle proficuamente mettere a disposizione di tutti, affinché tutti ne avessero potuto trarre beneficio. Questa disponibilità, vissuta in ogni direzione e da ciascun essere umano componente la società, sarebbe poi diventata la chiave di volta di tutta l’organizzazione collettiva, che si sarebbe così sviluppata in assoluta armonia, in pace con i propri membri, con l’Universo intero e con Dio, di cui avremmo finito per diventare parte integrante, oltre che per provenienza, anche in quanto generatori di energia d‘Amore, così necessaria all‘amministrazione ed alla manutenzione del creato. Così saremmo diventati oggi, con il passare del tempo, con l’aumentare della popolazione della colonia e con la diffusione della tecnologia su tutto il Pianeta. Peraltro, se il peccato originale non fosse stato commesso, probabilmente anche il tempo avrebbe perso totalmente di significato!

Quanti di voi, a questo punto, grideranno all’utopia. Forse oggi, con la mente inquinata, ridimensionata e condizionata dal male nel quale la nostra vita é immersa, queste semplici e normali regole di vita collettiva potranno anche sembrare utopistiche, dato che la nostra società, nel suo insieme, è caduta talmente in base da rendere questa conclusione affatto sorprendente. Questa era però la nostra reale dimensione di vita originaria; questa è la dimensione in cui vivono altre colonie, in altri mondi più evoluti del nostro; questa è la condizione cui l’umanità giungerà quando avrà finalmente riscoperto, nel suo insieme, i valori originari di cui essa è testimone e portatrice.

 

 

DENARO E POTERE

Proprio ieri facevo, con un amico, una amara e dolorosa considerazione. Si stava parlando del denaro. Io gli suggerivo di immaginare quanti crimini l’umanità avesse commesso per il denaro e per il suo partner più autorevole: il potere. Quanti delitti, frustrazioni, dolore, suicidi, prevaricazioni, umiliazioni esso abbia ispirato. Tutto ciò per il possesso fisico di pezzetti di carta colorati, simbolici garanti di possessi e di piaceri. Naturalmente, all’origine, il denaro non esisteva, sia perché allora la nostra società era molto primitiva, sia perché non esisteva neppure il suo più illustre antenato: il baratto. Per meglio dire, non esisteva neppure il bisogno, all’origine del baratto. Allora non aveva alcun senso suddividere i beni di cui la comunità poteva eventualmente disporre, in “miei” o “tuoi”. Tutto era a disposizione e, soprattutto, al servizio di tutti; tutti inoltre erano felici di poter mettere a disposizione di altri ciò che sino a ieri era a disposizione propria. Non è la mancanza di denaro che contraddistingue le civiltà più evolute della nostra: è la mancanza totale del bisogno di possesso, di cui il denaro è il portavoce più accreditato.

II bisogno di possesso ha sempre ammaliato colui che si sente perduto se privato degli oggetti e dei simboli di potere da lui posseduti. Questo spiega anche il perché, una volta conquistato il potere, si tenda a difenderlo con virulenza e disperazione. La debolezza e la bassa statura spirituale, da sempre alla base delle motivazioni psicologiche delle persone cosiddette: “arrivate”, in altre civiltà più evolute della nostra, non esistono. Esse non consentono infatti che nello sviluppo mentale e psicologico (uso questa parola solo per farmi comprendere meglio, in quanto in strutture aliene all’uomo tale termine potrebbe non avere alcun significato) si innestino aberrazioni tali da favorire l’insorgere del bisogno di potere. I cosiddetti “complessi” che sono poi alla base delle deformazioni mentali più comuni e diffuse degli uomini, non sono forse sempre originati da anomalie nella definizione del delicato equilibrio che intercorre tra il giovane in età evolutiva e la propria famiglia, il proprio ambiente, la propria cultura sociale? Se gli adulti perdessero i loro difetti, anche i loro figli crescerebbero senza complessi, e meglio ancora crescerebbero i figli dei loro figli, sino a sfiorare Dio nella perfezione. Io voglio credere che questa umanità saprà trovare motivazioni ed energia sufficienti per riprodurre nuovamente, al suo interno, le condizioni esistenziali di armonia e di perfezione che un giorno appartennero ai suoi avi, e che sono la realtà sublime di innumerevoli altre realtà, pure e consapevoli, disseminate in tutto l’universo. Sono assolutamente certo che i templi ed i feticci della nostra era (denaro, potere, guerra) scompariranno di morte naturale per far posto all’Eden che Dio ha voluto all’origine della vita dell’uomo Essenziale, e che tutti siamo chiamati a ristabilire sulla Terra, nel corso del terzo millennio. Quanti valori dovranno trasformarsi, maturare; quanti falsi valori dovranno scomparire per sempre; quanti nuovi valori, sorti dalle loro ceneri, dovranno trovare albergo e udienza nei cuori degli uomini. Mi è impossibile disegnare un quadro preciso di ciò che dovrà diventare la società umana nel corso del terzo millennio. Una realtà sociale può essere correttamente descritta solo come realtà statica, “fotografata” in una specifica unità di tempo, e successivamente descritta mentre essa prosegue il proprio cammino. Non si può correttamente descrivere una realtà in costante e continua espansione, e non è mia intenzione scrivere un trattato di scienze politiche o di sociologia. Come per tutti gli altri argomenti affrontati in questo libro io mi devo limitare a disegnare i contorni della realtà, così come Dio li avrebbe originariamente disegnati. Altri, più bravi di me, avranno l’incarico di entrare nel merito e nel dettaglio di ciascun argomento trattato, ciascuno nella propria arte, ciascuno secondo le proprie specializzazioni, ciascuno con l’intento dichiarato ed intimamente condiviso di disegnare progetti e proposte così come Dio li avrebbe formulati.

 

 

LA FAMIGLIA COMUNE ORIGINARIA

Una delle tante degenerazioni in cui, dopo il Peccato Originale, è piombata l’umanità è costituita dal modello organizzativo del nucleo famigliare, in particolare per quello riproduttivo, dall’atto sessuale sino al parto. La coppia, così come oggi la si concepisce, per quanto riguarda i rapporti interpersonali dei componenti il nucleo stesso, all’origine non esisteva. Essa è infatti nata con il peccato originale, nel momento in cui i primi due appartenenti alla comunità originaria decisero di andarsene dall’Eden, formando cosi’ la prima coppia, proprio con l’intendimento di fare “vita di coppia”!

La sessualità, ora eletta a meccanismo riproduttivo, allora non esisteva fine a sé stessa. Esisteva invece l’intimità fisica, intesa come bisogno e dono di calore, di scambio e di rilassamento fisiologico, seppur transitante attraverso aspetti anche sessuali della propria corporeità, era libera e svincolata da qualsiasi convenzione etica o morale, perché allora tali convenzioni non esistevano.  L’intimità fisica era vissuta tra persone e non tra sessi. Gli uomini e le donne allora erano molto più simili gli uni alle altre di quanto non siano oggi, e l’omosessualità non esisteva, semplicemente perché, se due donne o due uomini desideravano congiungersi intimamente, perché tra loro in quel momento sorgeva questo bisogno di intimità, essi lo facevano, con la massima naturalezza, senza porsi alcun problema inerente all’accoppiamento, in quanto si era uomini o donne principalmente per fornire soluzioni spiritualmente e creativamente “stereofoniche” alla vita quotidiana.

Lo stesso meccanismo della gestazione e del parto, all’origine, era diverso da quello che noi oggi conosciamo, affatto doloroso né traumatico per la madre e per il bambino, cui era risparmiata l’attuale atroce sofferenza nel dare e venire alla luce. La nascita di un nuovo pargolo, a soli pochi giorni dal concepimento, veniva intesa e vissuta come una scelta d’amore dell’intera collettività nel suo insieme e non come la fisiologica conseguenza di un atto sessuale tra i soli genitori naturali. Questo anche perché l’assenza di una realtà di coppia fissa comportava conseguentemente l’impossibilità di identificare con certezza il padre di ogni nascituro. Quando un bambino veniva al mondo, egli veniva adottato dalla comunità nel suo insieme ed affidato all’unica persona della comunità sessualmente amorfa, cui era specificatamente demandato il compito di allevare e di educare i figli della comunità. La condizione di non connotazione sessuale della persona deputata alla gestione dell’asilo nido era stata concepita e voluta dall’Altissimo proprio per non interferire, influire o condizionare in alcun modo, con un conformismo sessuale specifico, le future esperienze sessuali dei popoli affidate alle sue cure. Oggi noi diremmo: “per non generare alcun complesso”. Ciascun bimbo era considerato figlio di tutti e tutti erano concordemente chiamati (e concordemente tali si sentivano) suoi genitori. Quale abissale differenza con il mondo di oggi, dove non è infrequente che un bambino nasca non desiderato, e perciò non amato. Così come oggi non è infrequente che l’atto stesso del concepimento assuma i connotati di un atto del tutto incidentale, dove il padre del nascituro non sempre viene a sapere della vita che ha contribuito a generare, senza averne avuto l’intenzione. Basti pensare, a questo proposito, quanti figli la violenza e la guerra hanno generato, all’insaputa dei propri padri finiti, dopo la violenza, a violentare altrove.

La cura e l’educazione dei figli, come del resto ancora oggi avviene in alcune unità sociali rimaste isolate per lungo tempo, era anch’esso un affare collettivo, seppure deputato principalmente a colui o colei a ciò preposto. Tutti erano padri e tutti erano madri di tutti i bambini della comunità, e non si correva alcun rischio che l’intervento educativo di uno, potesse risultare in conflitto con la “politica educativa” dei genitori naturali. Non c’era neppure, ad onore del vero, alcuna rivendicazione educativa diretta tra i genitori naturali e quelli adottivi, che poi erano l’intera comunità. I figli stessi non avrebbero mai conosciuto l‘identità personale della loro madre. Tutti si ispiravano nei loro interventi educativi agli stessi principi in quanto, sebbene ci fosse chi, all’interno della comunità, era a ciò preposto, ciascuno poteva e doveva assumersi, se lo riteneva opportuno, il diritto/dovere di intervenire sui giovani in modo correttivo. Nei figli non sorgeva alcun complesso, legato ad eventuali turbe nel processo di identificazione nel ruolo di uomo o di donna, dell’uno o dell’altro genitore. I bambini ed i ragazzi erano liberi di identificarsi in chi, all’interno della comunità, realizzasse meglio le loro naturali inclinazioni. Tutti agivano in giustezza ed in armonia tra di loro e con Dio. Essi godevano e beneficiavano dell’amore di tutti, erano privi di modelli comportamentali negativi o contraddittori e si preparavano, nell’Amore, a vivere Dio nell’Universo, ragione primaria ed unica della loro venuta al mondo.

All’origine non esisteva il pudore in quanto non esisteva la morbosità causa, a sua volta, del pudore da lei creato per desiderio di trasgressione. Tutti erano nudi quando il clima lo richiedeva, e tutti si coprivano quando il clima lo imponeva. Anche il problema degli anziani era risolto in modo ideale, per la semplice ragione che non esistevano anziani. La durata della vita di ciascuno era illimitata. Infatti, raggiunta, tra la fine della giovinezza e l’inizio dell’età adulta, la fase fisiologica dell’assestamento, l’organismo restava immutato per anni, per secoli, per millenni. Noi saremmo restati giovani e perfetti, anche fisicamente, sino a quando ciascuno non avesse deciso che fosse giunta l’ora di terminare la propria esperienza terrena. L’individuo che ritenesse di aver concluso il proprio ciclo vitale sarebbe morto per sua scelta e per suo atto di volontà, dissolvendo il proprio corpo e ritornando in tal modo a Dio, per far posto a nuove giovani vite. Mai nessuna malattia, mai nessun incidente, mai nessuna tragedia. Mai nulla di negativo, in assoluto.

Quanta differenza tra la perfezione della nostra organizzazione sociale di un tempo e l’attuale nostra famiglia tipo, con i suoi egoismi, le sue gelosie, le sue frustrazioni domestiche, con i suoi processi di micro-schiavitù e di sudditanza morale quando non fisica, con le sue morbosità, con le sue ipocrisie, con le sue false e fariseistiche affettuosità, con i suoi interessi economici, con i suoi odi sordi e ciechi furori. Anche con i suoi autentici amori, rari ma possibili, con i suoi affetti sinceri e con le sue autentiche tenerezze, soprattutto nei primi tempi della relazione o della vita dei figli che quella relazione ha generato. Amori e tenerezze che ben presto rischiano di esaurirsi in un turbinio di eventi incontrollati ed incontrollabili, che ne disgregano progressivamente l’affetto e l’armonia, con poche e rare eccezioni non significative, se paragonate alla magnitudine del fenomeno della famiglia su scala planetaria. Come qualsiasi altro aspetto della nostra società, anche il modello famigliare presto dovrà cambiare. Esso dovrà progressivamente allargare i propri orizzonti sino ad abbracciare tutte le altre famiglie della Terra. Dobbiamo, all’interno di questa struttura come altrove, reimpiantare la condizione di vita originaria, e con l’aiuto di Dio ci riusciremo.

Sento già giungere alle mie orecchie le urla di rabbia e di condanna provenienti dagli strati più conservatori ed ipocriti della nostra società! Da coloro che predicano morigeratezza di costumi e fedeltà coniugale (da parte della donna, s’intende), mentre da parte maschile… si sa… l’uomo è cacciatore! Mi rendo bene conto che la grandiosità e la portata delle trasformazioni necessarie sono tali da sembrare irrealizzabili, impossibili. Ma non bisogna temere: al momento opportuno esse appariranno come naturali. Le trasformazioni comportamentali in campo evolutivo non sono mai un punto di partenza, bensì un punto di arrivo. Se una persona decide di iniziare la propria strada adottando rinunzie e modificazioni comportamentali radicali senza far precedere o quantomeno accompagnare tali comportamenti con adeguati processi evolutivi, essa ben presto si accorgerà di ottenere risultati assai modesti in relazione allo sforzo fatto e, cosa ben più grave, si accorgerà di non riuscire a cancellare dal proprio animo il rimpianto per cose o situazioni alle quali ha deliberatamente (ma a malincuore) rinunciato. Non è certamente in questo modo che si deve operare. La trasformazione, frutto dell’evoluzione, va iniziata dai nostri stati d’animo e dalle nostre emozioni interiori, non dai nostri comportamenti esterni. Bisogna iniziare dal nostro cuore, cancellando i sentimenti e le emotività impure e permettendo a quelle pure, originarie, di riaffiorare finalmente libere e prive di condizionamenti e di restrizioni. Occorre trasformare noi stessi nel profondo. Tutto diventerà poi semplice, naturale e consequenziale. I nostri comportamenti esteriori verranno poi modificati di conseguenza, automaticamente, senza alcuna fatica e, ciò che più conta, senza più rimpianti umilianti per noi e per Dio.

Avrete notato come io passi dalla descrizione della realtà dell’origine a quella dell‘umanità nel futuro e ancora a quella dell‘origine, come se stessi descrivendo la stessa condizione senza soluzione di continuità. In effetti proprio di questo si tratta: io mi riferisco alla stessa realtà. L’Eden è stato all‘origine della colonizzazione della Terra e diventerà l’obiettivo concreto della nostra evoluzione proprio qui, su questo stesso pianeta. Noi dobbiamo fare in modo che gli oltre settemila anni lineari di deviazioni e di aberrazioni negative cui tutti insieme abbiamo condotto questa umanità vengano progressivamente cancellati da noi stessi, come se non fossero mai trascorsi. Dobbiamo riparare velocemente i danni che ciascuno di noi ha provocato alla propria evoluzione ed all’ambiente sociale che ci ospita, e ritornare ad agire Dio nel più breve tempo possibile. L’intero Universo ha bisogno del nostro Amore ed è da oggi un preciso dovere di tutti concorrere con la totalità delle proprie risorse alla realizzazione ed al perfezionamento del gigantesco restauro universale cui tutti noi siamo chiamati a lavorare, offrendo a Dio l‘unica cosa che realmente ci appartiene: la nostra potenzialità personale di generare Amore. Dobbiamo, in altre parole, agire affiche il cerchio della distorsione temporale provocata dalla nascita dell’energia del male si chiuda, isolando per sempre la bolla in cui la Terra ha vissuto, dalla sua origine a noi nota sino ad oggi.

Ritengo doveroso fare qui una precisazione. Ho parlato pocanzi di circa settemila anni, mentre chiunque di voi sa che la storia dell’umanità su questo pianeta viene datata dai nostri scienziati in epoche immensamente più remote. Questo apparente controsenso viene chiarito spero sufficientemente bene nel capitolo di questo libro che riguarda il corpo umano. Io mi riferisco ad oltre settemila anni lineari, mentre gli scienziati, nelle loro datazioni, si riferiscono ad anni relativi, sequenziali, conteggiati cioè all’interno della sacca di distorsione temporale in cui viviamo, così come ho illustrato in altri capitoli del Libro della Vita. Gli obiettivi da raggiungere, come abbiamo visto, sono meravigliosi e stimolanti, ma per poter ottenere un risultato globale di questa levatura occorre procedere per gradi, intervenendo collettivamente sui grandi nodi che condizionano ed aggrovigliano l’intero apparato sociale. Ho voluto qui di seguito sviluppare alcuni di questi elementi-chiave, anche con ll’aiuto specifico di menti di grande levatura che, per parecchi giorni consecutivi, si sono avvicendate nel mio consapevole, per consentirmi di entrare nel merito non soltanto di problemi evolutivi di ordine generale, ma anche di valutazioni e progettazioni di ordine pratico e dettagliato, che debordano dai confini della mia cultura personale in materia.

 

PROPRIETRA’ PRIVATA

Le regole basilari su cui si fondano le società mie contemporanee sono del tutto in contrasto con quanto detto sinora, e necessitano per questo di essere totalmente rifondate, basandosi sulla giustezza divina.

Prendiamo ad esempio la proprietà, vale a dire il diritto, legittimato dalle convenzioni sociali vigenti, di appropriarsi di quote più o meno grandi di materia, sia concretamente (possessi di case, terreni, ecc.), che virtualmente (denaro, potere, ecc.). Le regole sulle quali si basa oggi questo meccanismo appaiono vistosamente incoerenti con quanto detto sinora, e non è raro il caso in cui chi desideri vivere una vita coerente con la giustezza divina, che sulla Terra si chiama anche onestà e rispetto per l’ordinamento giuridico e sociale, si debba trovare suo malgrado a dover rispettare o a far rispettare leggi e principi assurdi, che giusti certamente non sono. Anche in questo, ad esempio, si esprime la cosiddetta “tolleranza” che Dio ci riconosce nel valutare il coefficiente di evoluzione e quindi di perfezione raggiunto da ciascuno di noi, tradotto praticamente nella capacità acquisita di vivere concretamente la perfezione. Mi spiego meglio: quando un uomo arricchisce, nella quasi totalità dei casi lo fa illecitamente, se non secondo la legge degli uomini, certamente secondo quella di Dio. Un giorno ascoltai una frase che considerai profondamente giusta, ripresa, credo da Balzak:

“Dietro una grande ricchezza si nasconde sempre un grande delitto”.

La stessa spietata regola vige sia nel mondo della finanza, che in quello dell’industria che in quello del commercio. “Mors tua vita mea” è un grande controsenso essenziale. Agli occhi di Dio, acquisire ricchezza sulla “mors tua” non potrà mai essere considerato lecito. E che dire poi se la “mors tua”, anziché essere riferita a fornitori o concorrenti (figure in qualche modo preparate a questo tipo di aggressione, per quanto illecita essa possa essere) riguarda invece le proprie maestranze? Il furto, in questo caso, diventa ancor più vergognoso. Sebbene questi criminali abbiano arraffato quote sempre più consistenti di benessere collettivo, la cosiddetta società giuridica civile attribuisce legittimamente il possesso di questa refurtiva al ladro il quale non solo non viene per questo stigmatizzato, ma dalla stessa società molto spesso viene lodato, rispettato ed invidiato, oltre che difeso nei suoi pretesi diritti. Se poi qualcuno dovesse sottrarre a questo criminale, arricchitosi in modo così infamante, una parte anche trascurabile della propria refurtiva, (supponiamo si tratti dell’automobile) la giustizia degli uomini si scatena senza indugi, in una caccia all’uomo tanto più spietata quando più è piccola la selvaggina da cacciare, punendo lo sfortunato ladruncolo con una gravità inaudita, se paragonata alla totale impunità riservata invece al grande ladro, cui verrà restituita l’automobile che gli è stata “illecitamente” sottratta, con le scuse della collettività. Nonostante di tanto in tanto iniziative giudiziarie particolarmente felici e coraggiose arrivino ad aggredire ed a disturbare seriamente questa abominevole nomenklatura, esse non riescono a scalfire se non la punta dell’iceberg di un fenomeno capillare e diffuso su tutti i cinque continenti ed all’interno di tutte le forme politiche. Tutto ciò è semplicemente assurdo: rubare una refurtiva agli occhi della giustizia degli uomini diventa illegittimo; procurarsela, invece frodando, sfruttando e depredando i propri simili, oltre a restare impunita, assume i connotati di condotta meritevole.

Le religioni di tutto il mondo hanno in comune molte verità, attingendo i rispettivi fondatori tutti alla stessa sorgente di Dio. Una di queste verità riguarda la ricchezza, e si riferisce alla considerazione che è difficilissimo diventare ricchi onestamente (seguendo cioè alla lettera i dettami della legge nelle varie discipline economiche, fiscali, sociali ecc.). Ancor più difficile diventa, una volta ricchi, evolversi verso Dio, a meno che una qualche tragedia personale o crisi esistenziale non sopravvenga ad illuminare “provvidenzialmente” la via che riconduce a Dio, ottenebrata e dissimulata da tanto superfluo e pericoloso benessere (mi viene in mente la figura di Francesco d’Assisi). Chi tra i lettori fosse di religione cattolica ricorderà certamente il detto di Gesù, che suona pressappoco così:

“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli”.

II ricco, nella quasi totalità dei casi, è sempre un personaggio negativo, pericoloso per l’evoluzione collettiva della società. Questa affermazione trae origine dalla considerazione di come un essere umano, che abbia illecitamente sottratto benessere e ricchezza ai suoi simili per puro edonismo individuale, che abbia costruito la propria fortuna sull’ingiustizia, quando non sulla sofferenza o sulla morte altrui, possa poi vivere questa ricchezza in Dio, attento alla propria evoluzione e, (cosa che Dio valuta e soppesa grandemente quando giunge il momento della morte) dimostrando soprattutto nelle opere e nella vita questa ansia di conversione. Si tratta di un controsenso plateale! L’unico modo che costui avrebbe per riconciliarsi con Dio sarebbe quello di utilizzare la propria ricchezza in favore del benessere collettivo, distribuendola in tale direzione. Anche qui Gesù ebbe a dire

“Vai, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri, e seguimi”.

Tanto valeva comportarsi in modo giusto con i propri clienti, fornitori e maestranze, accontentandosi di un tenore di vita più modesto ma propedeutico alla propria ricchezza interiore e spirituale, e questo senza nulla togliere alle più che legittime aspirazioni personali di miglioramento della propria condizione sociale, come meglio approfondito in altra parte di questo libro. Mi si potrebbe obiettare che la ricchezza ed il benessere sono il premio ed il deterrente che garantisce il funzionamento dei meccanismi che mantengono in vita la nostra società, a tutti i livelli. Altri esperimenti, come il comunismo con tutte le sue variabili, sono fortunatamente falliti e, almeno all’epoca in cui vivo, parrebbe che il capitalismo e le sue ferree e spietate leggi economiche sia l’unica strada percorribile per far funzionare la nostra paurosa macchina produttiva. Esso garantisce l’occupazione, ridistribuendo così piccole quote di ricchezza all’ambiente produttivo coinvolto. In altre parole si sosterrà che, se la ricchezza garantisce la nostra funzionalità sociale, allora anche i ricchi sono utili, proprio per garantire ricchezza ai poveri. Ma se la ricchezza è quasi sempre conseguenza di un illecito arbitrio della giustezza; se essa è indispensabile per assicurare il meccanismo produttivo che consente a sua volta la ridistribuzione della ricchezza stessa tra le genti, come è possibile conciliare la necessità di eliminare una aberrazione senza danneggiare questo equilibrio peraltro necessario della sopravvivenza stessa dell’umanità, nel nostro tempo?

La risposta a questo interessante quesito sta nell’equo sviluppo delle idee e delle opere di coloro che sentono in sé la predisposizione all’organizzazione ed al coordinamento della materia e della forza-lavoro, in armonia con la giustezza divina e senza prevaricazioni immotivate. Mi spiego meglio: tanti ricchi obbietteranno che, per loro merito, centinaia e migliaia di esseri umani lavorano e vivono bene, sottratti in tal modo alla miseria, alla delinquenza ed alla fame. Ciò è sostanzialmente vero, ma altrettanto vero, e forse anche più giusto, è che, in assenza di tali monopoli, altre e più umane evoluzioni produttive avrebbero potuto trovare la luce, non più soffocate e rovinate sul nascere dai grandi imperi, generatori di enormi ricchezze godibili da pochi eletti. Se del caso, queste piccole strutture avrebbero potuto consorziarsi sino a raggiungere la capacità finanziaria e produttiva necessaria, senza per questo prevaricare, sfruttare e depredare i lavoratori che da esse traessero sostentamento.

Costoro dovrebbero innanzitutto limitare il pur legittimo tornaconto derivato loro dall’ottimale esercizio dei propri talenti, alla quantità e qualità di ricchezza da essi effettivamente e personalmente fruibile, con effettiva soluzione di continuità. In altri termini, se da un lato è legittimo che chi più si adopera per il bene collettivo possa anche godere di maggior benessere di chi invece si limita a contribuirvi materialmente, senza alcuna sostanziale responsabilità, rischio personale, e senza apprezzabili contributi di creatività alla realizzazione concreta e materiale dei meccanismi produttivi collettivi, dall’altro questo maggior benessere non dovrebbe mai superare, senza alcune eccezioni, la capacità di ciascuno di poterne personalmente godere e consumare, in misura continuativa. Una bella e confortevole casa può perciò essere legittimamente posseduta, dieci case, sono un controsenso. Un’auto sicura e veloce può essere legittimamente posseduta, forse anche due, ma dieci auto, no! Un conto in banca solido, sufficiente al mantenimento agiato di sé e della propria famiglia può essere legittimo, nella misura in cui non eccede la propria reale ed effettiva capacità di utilizzarlo e fruirlo individualmente. Il superfluo, infatti, non può mai essere considerato legittimo, per le ragioni annunciate pocanzi. Esso è stato sottratto alla collettività.

Chi sostiene di esserselo conquistato con il proprio sudore e con la propria abnegazione al lavoro, mente sapendo di mentire. Anche chi non si comporta disonestamente ma si ammazza di fatica, lavorando 12 ore al giorno, senza interruzioni, senza riposo, senza vacanze, commette una grave ingiustizia. Egli spende le proprie energie prevalentemente sul lavoro, e così facendo non ne conserva a sufficienza per sé, né tantomeno per la propria famiglia, per i propri figli, per la propria evoluzione, per gli altri che hanno bisogno di noi per raggiungere un livello di vita degno dell’uomo. Vi sembra giusto che un uomo posse pensare solo a sé stesso, o al benessere materiale della propria famiglia? I figli non si nutrono di solo pane (parafrasando Gesù, che spero non me ne voglia), ma anche di tempo loro riservato dai genitori, di calore umano, di affetto e di amore, sentimenti questi che non si manifestano solo staccando assegni (quando serve e quando non serve). Nulla può sostituire la presenza di un padre e di una madre accanto ad un figlio, e qualunque figlio, la cui Essenza sia sufficientemente evoluta, sceglierebbe senza esitazione di essere povero, pur di vivere totalmente immerso nell’amore di mamma e papà anziché di essere rinchiuso in una prigione dorata, con la possibilità di esaudire qualsiasi desiderio tranne uno: quello di essere amato. Ovviamente questa considerazione vale per la società mia contemporanea. Varrà ancora, per molto tempo a venire, sino a quando l’evoluzione collettiva non avrà nuovamente partorito, sul piano sociale, le condizioni comunitarie originali, il cui il ruolo di padre e di madre veniva assolto collegialmente, dall’intera comunità.

Certamente il meccanismo dell’incentivo e del possesso è e deve essere considerato provvisorio. Lo spirito evoluto non necessita di possedere nulla. Esso non ha bisogno di possedere nulla in quanto, avendo messo Dio nel cuore, possiede l’intero Universo, e l’immortalità con esso. Egli cercherà di raggiungere una posizione sociale solida e serena non per egoismo, per spirito di possesso o di preminenza umana, ma per mettere a frutto questa serenità, garantendosi una base logistica ideale per fare al meglio gli interessi di Dio nell’ambiente entro il quale eserciterà la propria influenza, sociale e professionale. Questo processo si affinerà sempre di più sino a sostituirsi completamente e senza eccezioni alle attuali aberrazioni sociali, in un futuro tanto più prossimo quanto più totale e incondizionata sarà la risposta a Dio di ciascun essere umano.

 

ORDINAMENTO GIURIDICO

Un’altra situazione aberrante, purtroppo fisiologica della società mia contemporanea, è l’ordinamento giuridico sul quale essa si basa, imperniato sul cosiddetto “diritto romano”. Mi riferisco, naturalmente alle società di stampo occidentale; perché quelle ad impronta islamica sono anche peggio. Quelle orientali, pur avendo una caratterialita più addolcita nei principi fondamentali, non si differenziano in modo sostanziale dalle situazioni che andremo ora ad esaminare.

Principio miliare del nostro ordinamento giuridico è che tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge; ergo, che la legge sia uguale per tutti. Non c’è affermazione più inapproppriata ed ingiusta di codesta! Il principio che essa enuncia è giusto, ma limitatamente alle “Essenze pure”, vale a dire, a coloro che hanno terminato i loro cicli di reincarnazione per aver completato la propria evoluzione individuale, e che stanno vivendo la loro ultima esistenza terrena nell’amore totale. Infatti, una volta riconquistata la purezza originaria, è evidente che sia le Essenze che le corporeità umane che le ospitano assurgano ad una condizione di totale uguaglianza di fronte a loro stesse e di fronte a Dio. Esse sono ridiventate ciò che erano originariamente: espressioni di Dio colate entro una struttura corporea intelligente per poterne amplificare, autonomamente e con proprio discernimento, l’energia dell’Amore. Ciò che è valevole e giusto per una, lo sarà giocoforza anche per l’altra, in quanto unico sarà il principio informatore ed uniformatore di ogni loro pensiero e di ogni loro azione: la giustezza divina, che in quanto Essenze pure esse posseggono e sono in grado di vivere nella totalità più completa.

Esso è invece del tutto fuori luogo quando si riferisce ad esseri umani evolutivamente in transizione, il che significa, praticamente, alla quasi totalità della popolazione vivente mia contemporanea. Ogni uomo ed ogni donna, considerati individualmente, sono in grado di esprimere parzialmente questa giustezza, in misura grossomodo proporzionale all’evoluzione ed alla purezza raggiunta, variegata e frastagliata quanto variegata e frastagliata è l’umanità. La stessa situazione, le stesse premesse, lo stesso stimolo saranno vissuti da ogni singolo essere umano proporzionalmente alla propria evoluzione, e la giustezza globale che esso sarà capace di esprimere ne sarà la diretta conseguenza, insieme alle valutazioni e alle reazioni a situazioni e circostanze della vita che ne richiedano o ne suggeriscano l’utilizzo. Per questa ragione, globalmente, ogni uomo esprime sé stesso e le proprie scelte comportamentali in funzione dell’evoluzione (o dell’involuzione) raggiunta. Naturalmente rientrano in questa considerazione anche le azioni lesive della propria o dell’altrui dignità, personale o patrimoniale che essa sia.

Nella società in cui ho vissuto, tali azioni vengono chiamate reati. L’uomo oggi giudica e vendica queste azioni utilizzando una variegata quanto fantasiosa gamma di ordinamenti giuridici, ciascuno ispirato a principi e valori ritenuti fondamentali per la società che li ha espressi. In occidente il diritto romano; in oriente quello islamico; in Africa quello tribale, per citarne alcuni. Tutti estremamente diversi tra di loro, ma tutti abbastanza concordi nei propri principi basilari quali, ad esempio:

– la difesa della proprietà personale

– la scarsa o nulla elasticità soggettiva di giudizio

– il principio dell’uguaglianza di fronte alla legge (quest’ultimo con qualche eccezione, basata sulla casta sociale di appartenenza dell’imputato).

Capirete bene come questi fondamenti giuridici siano in pieno contrasto con la logica divina della giustezza e come, di conseguenza, le sentenze che ad essi si sono conformate ed ispirate possano avere poche o nulle probabilità di essere eque o giuste. La giustezza divina non solo non prevede un solo peso ed una sola misura per tutti, ma ne prevede tanti quanti sono le Essenze che, su questa Terra, anelano alla perfezione, in quanto la differenziazione evolutiva tra gli esseri umani è tale che ognuno di loro può occupare, nella graduatoria del giudizio divino, una posizione a sé stante. Ogni essere umano viene da Dio valutato e soppesato per ciò che è, relativamente a ciò egli fa e a come egli vive. Ne consegue che raccontare una bugia, per un essere umano evolutivamente arretrato comporta un addebito karmico pressoché ininfluente. Invece per altra persona evolutivamente più progredita, la stessa bugia può precludere definitivamente la strada verso la perfezione, massima espressione terrena dell’evoluzione spirituale. Le conseguenze karmiche, in quest’ultimo caso, sarebbero rilevanti, al punto da necessitare un ulteriore ciclo vitale (con i rischi di regressione che questo comporta) per cancellare la macchia originata proprio da quella bugia.

Per conseguenza logica, anche le azioni che ciascun uomo compie nel corso della propria vita sono sottoposte allo stesso criterio valutativo da parte di Dio, e la comunità umana che voglia vivere nella verità non potrà certo fare diversamente! Rubare per vivere non avendo alternative praticabili è ben diverso dal rubare per puro gusto di vandalismo oppure dal rubare per ingrassare artificialmente ed illegittimamente la propria ricchezza. Pertanto, anche gli uomini che sono socialmente preposti a perfezionare i criteri collettivi di coesistenza (che con un termine davvero brutto si definiscono leggi) nonché al monitoraggio sulla loro attuazione dovranno, per conseguenza, tenere conto della condizione generale evolutiva di colui o colei che compie l’azione per la quale la società, nel suo insieme, riterrà di dover emettere un giudizio.

 

 

CRITERI LEGISLATIVI

Esaminiamo ora alcuni criteri valutativi che occorrerebbe applicare per formulare una legislazione più conforme alla realtà divina dell’uomo:

1° Criterio: La valenza karmica

Innanzitutto occorrerà apprendere a soppesare l’uomo così come Dio lo soppesa, cogliendo in esso quelle sfumature caratteriali, volitive e comportamentali indici inequivocabili della condizione evolutiva generale della persona. Domandarsi, ma soprattutto rispondersi, il “perché” il tale individuo abbia commesso l’azione per la quale viene giudicato, dovrà essere il punto di partenza di questa nuova giurisprudenza. Tanti ordinamenti giuridici miei contemporanei prendono in considerazione oggi questa variabile, ma solo in quanto variabile, capace cioè di incidere solo marginalmente, come aggravante od attenuante, sul criterio di applicazione della pena che resta lo stesso per tutti, lontano dal considerare questo fattore come il cardine essenziale del giudizio.

La base giuridica di molti ordinamenti democratici, che l’uomo considera una conquista miliare della propria civiltà, dovrà essere radicalmente rivisto e ridisegnato. Il principio in base al quale, a parità di reato, deve commisurarsi parità di pena, nell’ottica della giustezza divina non ha alcun senso. La corretta e veritiera identificazione del perché un uomo abbia compiuto una specifica azione, parte innanzitutto dalla valutazione il più precisa possibile del suo gradiente karmico attuale. La sua vita va analizzata e ponderata sotto questo profilo, e vanno correttamente identificate tutte le sue tappe esistenziali, propedeutiche alla messa a fuoco di tale valutazione. bisogna valutare con estrema attenzione ogni “coincidenza”, ogni casualità, ogni circostanza che nel suo passato abbia giocato a favore o a sfavore del concretizzarsi, nel suo comportamento, dei prodromi della sua attuale realtà comportamentale. Tutto ciò che, indipendentemente dall’esercizio del proprio libero arbitrio, il soggetto in questione ha vissuto di determinante per la propria evoluzione, non ultime le sue risorse intellettuali e le sue condizioni generali di salute. Al termine di questa analisi approfondita dovrebbe delinearsi chiaramente ciò che questo individuo è, sul piano evolutivo, e conseguentemente dovrebbe emergere con chiarezza anche il primo parametro di valutazione: la valenza karmica dell’imputato.

2° Criterio: Responsabilità oggettiva

Terminate questo primo esame, va effettuato con chiarezza il secondo: come quest’uomo o questa donna abbia esercitato, nel corso della propria esistenza, il proprio libero arbitrio. E questo non tanto in relazione contingente all’evento che ha determinate la necessità della valutazione, bensì nell’intero corso della sua esistenza. In altre parole, occorrerà sincerarsi di come il soggetto in esame ha reagito di fronte a ciascuna delle circostanze delineate nella valutazione della contingenza karmica precedentemente sviluppata, con particolare attenzione all’ultima, a quella evolutivamente più significativa, a quella che ha dato origone alla necessità del giudizio, per comprendere la ragione dell’azione che si intende giudicare. Si potrà in tal modo valutare e soppesare la volontà espressa dal soggetto di subire, oppure di assecondare oppure di contrastare le vicissitudini e gli eventi dolorosi che lo hanno coinvolto. Si potrà così valutare il coefficiente di responsabilità oggettiva che costui o costei ha espresso nel verificarsi di tali eventi e nella determinazione delle loro conseguenze. A questo punto sarà emerso un quadro sufficientemente preciso della persona e della sua volontà pregressa a concretizzare e determinare l’episodio oggetto del giudizio in questione.

 

3° Criterio: Consapevolezza delle conseguenze

La terza valutazione da fare, in questo contesto, riguarda l’esplorazione della conoscenza specifica che costui o costei possiede, in relazione ai meccanismi fondamentali della vita, del bene e del male, dell’energia, dell’Amore di Dio. Quanto costui o costei sappia cosa sia la giustezza, e se sappia oggettivamente amministrarla e di esercitarla. La ragione di questa analisi valutativa va identificata nell’importanza che il soggetto ha dato all’azione commessa, in funzione delle conseguenze che tale azione avrebbe comportato alla propria evoluzione.

4° Criterio: Volontà evolutiva

La quarta valutazione riguarda la volontà del soggetto di mettere in pratica, d’ora innanzi, le conoscenze che già possiede oppure di volerne apprendere di nuove e più evolute, per metterle in pratica poi. In altri termini: costui, prodotto e sintesi di tutto ciò che abbiamo esaminato sinora, è o non è nelle condizioni di volersi evolvere, indipendentemente dall’azione commessa, oggetto del giudizio, e della propria posizione evolutiva attuale?

 

5° Criterio: Condanna e remissione

Solo a questo punto sarà possibile entrare legittimamente nel merito dell’azione, cioè del reato, tenendo presente inoltre che:

  • Non spetta agli uomini giudicare, ma a Dio;
  • La società nel suo complesso può ritenersi deputata al giudizio solo nella valutazione della pericolosità sociale dell’imputato, valutazione che va fatta all’unisono con la sua accertata volontà di redimersi;
  • L’azione della società va indirizzata al recupero e non alla punizione, che spetta solo a Dio.

La società ha il diritto di proteggersi da chi ne mette in pericolo l’integrità, ma non quello di punire. L’uomo può e deve intervenire su un altro uomo colpevole di un reato, solo per difendersi, qualora ne sia accertata con assoluta certezza l’intenzione di costui a voler ripetere l’offesa in futuro, oppure qualora egli manifesti una reale minaccia per la collettività. Tale diritto all’intervento coercitivo della società deve accompagnarsi alla massima cura nel valutare e scegliere le iniziative formative od integrative delle carenze psicologiche del soggetto più opportune, qualora l’esame precedentemente svolto avesse accertato che è ancora vivo, nel cuore del soggetto in esame, un barlume d’Amore.

Se invece questo barlume d’Amore, per scelta compiuta e non rinnegata, dovesse risultare spento in modo irreversibile, ed il soggetto in questione dovesse rappresentare una reale minaccia alla serenità ed all’incolumità fisica della società, allora egli dovrà, dopo essere stato privato del diritto alla riproduzione, essere confinato in un luogo adeguato dove gli sia consentito di vivere secondo le proprie scelte, con suoi simili se ve ne fossero, sino alla fine dei suoi giorni terreni, ma senza rischi né disagi per la comunità sociale. Egli provvederà da solo al proprio sostentamento ed alle proprie esigenze e non dovrà più essergli consentito di avere contatti inquinanti con il resto della società. Vivrà regredito al livello da lui scelto, senza interferenze ma senza aiuti di sorta da parte della comunità che è stata da questi ripudiata.

Qualora, durante il confino, egli dovesse riaccendere l’amore dentro di sé, ed egli dovesse dare prova di voler alimentare questo sentimento per riprendere la propria evoluzione, la società sarà tenuta a riabilitarlo, restituendogli la dignità di uomo e riammettendolo nel consesso civile. La riabilitazione sociale dovrà sempre essergli consentita ogni qualvolta il tempo, il dolore, la meditazione e le atrocità di una vita primitiva insieme ad altre persone ex umane dovessero avere realmente sciolto il cuore nell’Amore. Questo, del resto, è ciò che fa Dio con gli uomini: quando un uomo sbaglia, Dio lo lascia “a bagno” nelle conseguenze del suo errore sino a quando costui non dia chiari segni che inducano a credere che egli abbia compreso e risulti profondamente pentito. Solo allora Dio gli tenderà, sempre, immancabilmente, la mano. Così dovranno fare gli uomini che volessero vivere come Dio vuole.

Purtroppo, sino ad oggi, l’umanità non è stata capace di concepire altre misure redentive che non siano il carcere, luogo nelle intenzioni preposto all’isolamento, all’espiazione, al pentimento ed alla redenzione, ma che ottiene di norma l’effetto opposto: quello di abbrutire gli spiriti di coloro che lo vivono, talvolta regredendoli sino al suicidio. Oppure, in alternativa, ne migliora sensibilmente la “qualità criminale” mediante il contatto con altri detenuti più criminali di lui. La società è colpevole, nel suo insieme, di questi abbruttimenti; selettivamente, sono colpevoli coloro che hanno promulgate le leggi che rendono possibile tali aberrazioni, coloro che, potendo tali leggi modificare, hanno deliberatamente ignorato questa possibilità e coloro che tali leggi hanno promulgato. Il confino dal consesso sociale (che è ben altra cosa dal rinchiudere un essere umano, qualunque reato possa egli aver commesso, in una gabbia di tre metri per tre insieme a una dozzina di altre persone, in condizioni igieniche e sociali primitive e terrificanti) seppur legittimo, deve essere considerata l’estrema ratio del consesso umano di fronte alla negatività pura. Solo in questo caso la persona potrà essere deportata contro la sua volontà nel luogo deputato, ma lì lasciata poi libera, senza aiuti ma senza costrizione alcuna, tranne quella della privazione del diritto di procreare, di vivere coerentemente con le proprie scelte. La privazione del diritto alla procreazione trae la sua giustificazione dall’impedire che un tale essere possa trasferire ad una eventuale prole, l’esempio esecrando della sua vita. Pensate a come vive la popolazione carceraria all’inizio del terzo millennio di cosiddetta civiltà, periodo in cui scrivo. In luoghi indegni convivono fisicamente, senza alcuna protezione reciproca, innocenti ingiustamente accusati con reiterati e feroci criminali; corrotti e corruttori con criminali resi tali da circostanze spesso estranee alla propria volontà; squartatori e cannibali con rei di aver mal amministrato un’azienda; assassini pluriomicidi con colpevoli di distrazioni, seppur rivelatesi poi dannose alla collettività. L‘unico elemento differenziatore: la durata della pena!

È compito, nonché preciso dovere della società nel suo insieme e non delle sole autorità in senso riduttivo, di assumere il carico della rieducazione alla giustezza di coloro che hanno sbagliato, con Amore infinito senza mai ledere la volontà ed il libero arbitrio di ciascuno. Dio ci vuole tutti, ma proprio tutti, criminali compresi; anzi, direi principalmente questi ultimi debbono giungere a Lui con la propria precipua volontà. Non mi è possibile tracciare un elenco di tutte le iniziative possibili di recupero di coloro che hanno sbagliato. Esso sarebbe troppo lungo e variegato. Mi limito a citare, a mo‘ di esempio, alcune delle infinite possibilità a nostra disposizione:

  • Se si tratta di bambini, essi debbono essere sottratti permanentemente all‘ambiente ed alle famiglie che li hanno snaturati ed accolti in comunità famigliari capaci invece di dare loro l’Amore e l’educazione che essi necessitano, senza alcun riguardo alle relazioni di parentela, diventate ininfluenti, date le circostanze.
  • Se si tratta di adulti, una volta stabilito la loro volontà di redenzione e dunque riammessi al consesso civile, essi vanno inseriti in comunità adeguate al loro livello evolutivo, capaci di farli progredire dal punto in cui essi si trovano e capaci altresì di valorizzare le loro capacità sia spirituale che umane. Essi dovranno essere riconciliati con l’Amore e con la giustezza, e dovranno altresì imparare a deporre la violenza.

Questo compito oggi è sciaguratamente delegato alle istituzioni preposte, con il risultato che i più si sentono in tal modo tranquilli con la propria coscienza, bene attenti a non pagare di persona altro prezzo che non sia una quota proporzionale dei propri tributi allo Stato; per contro le istituzioni a ciò deputate, del tutto impotenti a fare alcunché di realmente riabilitativo, si limitano a custodire la segregazione, insensibili alle nefande conseguenze che essa determina, causando danni spesso maggiori di quelli cui la segregazione carceraria dovrebbe espiare. La riabilitazione evolutiva dei più deboli deve diventare l’attività primaria dei più forti. Solo così si potrà coronare di successo il progetto divino di ripristinare su questo pianeta la Comunità originaria. Ogni singolo uomo e ogni singola donna dovranno dedicare le proprie residue energie, una volta assolti i propri doveri professionali collettivi, a coloro che maggiormente necessitano, e sul piano della sussistenza fisica verso coloro che non hanno la base minima per poter vivere con dignità, e sul piano della loro crescita evolutiva. Ognuno si offra come maestro verso colui che è meno evoluto ed ognuno si proponga come discepolo di colui che è più evoluto, in una gigantesca catena di Amore e di progressione evolutiva collettiva che non potrà che essere coronata dal successo.

Non c‘è alternativa se si vuole rifondare sulla Terra il Paradiso Terrestre, obbiettivo non improbabile né utopistico, del tutto accessibile, conseguenza diretta dell’applicazione della giustezza divina. Del resto se voi, sapendo nuotare, mentre state giocando a carte in riva al mare, notaste un bagnante che sta affogando, non lascereste forse le carte da gioco per precipitarvi in suo soccorso? E allora, perché non fare altrettanto per coloro che stanno morendo non nel corpo, situazione relativamente meno grave (in quanto quella vita, prima o poi, si riproporrà), ma nell’anima, situazione questa, terminale, senza più speranza? Quante persone giacciono in preda alla negatività più feroce, senza più la forza né la conoscenza necessaria per reagire! Quanto poco basterebbe per ridare loro il senso della vita! Non sempre essi necessitano, per imboccare la strada della loro riabilitazione, di lunghi investimenti di tempo e di dedizione; a volte necessitano di molto poco. Basta un sorriso, una mano tesa. A volte basta solo un po’ di calore; a volte basta solo saper ascoltare.