UMILTÀ

La parola, ma ancora di più il concetto che essa esprime, è sempre stato visto molto poco favorevolmente dalla maggior parte delle persone, anche dalle anime buone che non amano danneggiare il prossimo. C’è un che di sconvolgente dentro il significato di questo termine che pare sminuisca l’essenza stessa della persona, intaccandone e riducendone la propria immagine pubblica. Dovunque osserviamo persone intente a classificarsi socialmente entro profili umani e professionali artificiali, fasulli, non rispondenti alla verità, ben al di sopra della loro peculiare realtà. Fenomeno amplificato enormemente dall’avvento dei social network, dove è quasi impossibile trovare un profilo realmente veritiero. Questa corsa all’esibizionismo risparmia purtroppo poche persone, e devo confessarvi che anche per me è stato uno scoglio duro da superare. Il bisogno di apparire di più, meglio o comunque diverso da ciò che si è nella realtà è stato esaminato molto bene e molte volte da parte di tanti psicologi e sociologi del comportamento umano, le cui analisi e conclusioni in merito a questo comportamento sono note, anche a coloro meno preparati in materia. Del resto anche la nostra civiltà ed i suoi valori virtuali e fasulli non ci aiutano di certo, forieri come sono di individualismo e di competitività. Lasciando l’analisi sociologica ai sociologhi e quella psicologica agli psicologi, desidero qui esaminare, del fenomeno, solo la parte relativa al rapporto tra umiltà e divinità e quella relativa al rapporto tra umiltà e fede. Quest‘ultimo, in subordine al precedente, in quanto dimensione transitoria e propedeutica, appunto, al rapporto diretto con Dio. Infatti, indipendentemente dalla considerazione che chi possiede e comprende questi due valori acquisisce l’essenza reale dell’umiltà, si tratta dei due profili più significativi ed onnicomprensivi tra quelli possibili. Prima di proseguire desidero chiarire che cosa intendo per umiltà. Si tratta di un chiarimento opportuno, perché questa parola si presta ad una infinità di equivoci, sia di lessico che di contenuto.

Essere umili significa adeguare la propria vita alla comprensione profonda che il proprio “Ego”, e la conseguente necessità di riaffermarlo in continuazione, sono stati superati dall’evoluzione compiuta. Superati i bisogni di esibirlo, di coltivarlo, di alimentarlo con oggetti o situazioni gratificanti tipici del mondo di coloro che, nella società, vivono ancora di questi miti arcaici e primordiali. Superato, sopratutto, il bisogno di avere un ego da contrapporre al volere divino. Parlo di evoluzione compiuta, perché alla decisione di mettere da parte noi stessi per far posto a Dio in noi, si può arrivare solo dopo aver già fatto molta strada in questa direzione.

Ho parlato prima di superamento. È lecito domandarsi da che cosa. Superati da Dio, dall’Amore, dalla fede, dalla consapevolezza di essere diventati terminali divini sulla Terra, dalla volontà di non voler più interferire con i propri egoismi, con la nostra vocazione di operatori di Dio nel mondo. Per assurdo direi che l‘umiltà nasce dall’ “eccesso di ardimento”. Occorre molto ardimento, infatti, per decidere prima, e per sostituire concretamente Dio poi, ad ogni mozione del nostro spirito e della nostra mente, almeno umanamente parlando, anche se chi possiede la capacità di sentire Dio in se non ha mai avuto, né avrà mai in futuro, alcun dubbio in proposito. Chi infatti potrebbe fare meglio le cose della vita, di Dio che agisca al posto nostro, cui noi prestiamo voce e braccia con gioia, felicità e, soprattutto, piena consapevolezza?

Tanti pensano che essere umili significhi essere deboli o, peggio, sottomessi. Aprendo un dizionario leggo, alla voce umiltà, la descrizione: modestia, e come sinonimi: sottomissione, acquiescenza, riverenza, ossequio, deferenza, rispetto. Da questo è facile comprendere come l’umiltà stessa, nel corso dell’evoluzione della lingua della quale mi sto servendo, abbia acquisito dei significati talmente difformi da ciò che con questa parola si intende sul piano spirituale da trarre seriamente in inganno. Ho anche fatto di persona una piccola inchiesta tra amici e conoscenti, chiedendo loro il significato della parola umiltà. Nessuno di loro è stato capace di associare la risposta ad un significato positivo o non totalmente passivo. Costoro, purtroppo, si sbagliano. II primo dovere del figlio di Dio umile è quello di rispettare e di far rispettare Dio che lo abita totalmente, impedendo a chiunque di offenderlo o di denigrarlo. Non con la forza, s’intende! Coloro che impongono con la forza le proprie idee, anche se la causa è nobile, offrono sempre un meschino spettacolo, capace di suscitare più commiserazione che ammirazione. Il rispetto di chi ci vive attorno va conquistato, ed il modo migliore che conosco per conquistarselo è quello di agire sempre nell’ambito della giustezza Divina. Quando è necessario, occorre saper alzare la propria voce, condannando pubblicamente e con la massima fermezza, a voce tanto alta quanto basti, soprusi e violenze, siano esse rivolte alla nostra persona, alla società o all’ambiente naturale in cui viviamo. Tanto più una persona vive nella perfetta umiltà, tanto più forte saprà levare la propria voce al di sopra del fragore del mondo. Quante persone violente ed egoiste ci sono al mondo! Li conoscete forse tutti? Ma se pronuncio il nome di Teresa di Calcutta, di Ghandi, di Luther King tutti conoscono queste persone!

La persona umile non teme nulla e nessuno perché ha Dio nel cuore. Essa però è priva di “individualità”. È priva di egoismo, è priva di fronzoli e di frivolezze. Essa possiede Dio, e Dio risponde a tutte le sue esigenze di realizzazione. I connotati salienti che soggettivizzano l’essere umano mediocre quali: sete di potere, bisogno di affermarsi, egoismo, nella persona umile, sono del tutto assenti, perché essa è priva ormai di caratterialita terrena. La forza di colui che è umile è più forte di tutti gli eserciti, perché essa racchiude in sé la forza di Colui che ha creato l’universo intero.

L’umiltà spesso contraddistingue le persone giunte al termine della loro personale evoluzione. Per questo esse sono sempre consapevoli della forza e della potenza dell‘Amore che esse, grazie anche alla propria umiltà, hanno saputo originare in sé e sprigionare all’esterno. Esse sanno che l’amore che producono e che offrono a Dio è in grado di operare qualsiasi miracolo sulla materia e sullo spirito delle genti. Esse sono intimamente felici, soddisfatte, totalmente appagate da questa consapevolezza che ogni giorno possono verificare praticamente nella realtà. Ad esse non servono più gli applausi del mondo: sarebbero troppo riduttivi rispetto a ciò che esse colgono giornalmente: l’approvazione di Dio.

Ho detto poco fa che l’umiltà è direttamente proporzionale allo spessore spirituale dell’uomo; tanto più l’uomo si eleva spiritualmente facendo posto a Dio dentro di sé, tanto più umilmente egli si presenterà ai propri fratelli, in quanto privo di “umanizzazioni» caratteriali e comportamentali. Si tratta di un apparente controsenso, del quale io sono ben consapevole, ma per fortuna tale controsenso è solo apparente. Se voi cercate di risalire con il pensiero ad un grande personaggio della recente storia dell’umanità (me ne vengono in mente molti, ad esempio il Dott. Sweitzer o il già citato Ghandi), noterete come essi si esibiscano al mondo con estrema umiltà personale, privi di qualsiasi violenza. In realtà essi possedevano, come hanno poi entrambi ben saputo dimostrare al mondo, ciascuno nel proprio ambiente, una forza di intensità tale che neppure le avversità più crudeli della vita, della politica o della guerra hanno saputo piegare o scalfire.

Volendo giungere alla comprensione dell’umiltà passando per un’altra strada, potremo definire umile, in senso divino, colui o colei che è privo di tutti gli ingredienti negativi della propria personalità. Privo di ferocia, di odio, di rancore, di gelosia, di infingardaggine, di falsità, di ipocrisia, di disperazione, di violenza. Privo di saccenza, di supponenza, di ipocrisia. Se voi immaginate un essere umano che vive e pratica tutti i valori enunciati in questo libro, e che sia nel contempo privo dei contraltari negativi agli stessi, testé enunciati, avrete finalmente un quadro più completo della persona umile così come io ve la sto dipingendo. E a che serve l’arroganza, se si vive nell’Amore? A che serve primeggiare, se si vive nella giustezza? A che serve la disperazione, se si vive nella fede? Vivere senza difetti si definisce anche perfezione. L’umanità, mediante i suoi portavoce più autorevoli, si è sempre ben guardata dall’ammettere questa evenienza. “L’uomo non è mai stato, né mai sarà, perfetto” essi sostengono, e talvolta anche a ragione. Ma se per l’uomo non fosse ancora possibile raggiungere la perfezione, a cause dei suoi pregressi ancora troppo vividi, egli è pur sempre perfettibile. In grado, cioè, di migliorarsi costantemente, senza porre limiti.

C’è un secondo termine che bene si associa, all’umiltà, esso è la semplicità. Tutte le persone umili sono anche, immancabilmente, persone semplici, in quanto esse non amano circondare sé stesse e le proprie esistenze di troppo fronzoli ed orpelli che, qualora condotti all’esasperazione, ne peggiorano la qualità della vita. Questo parametro in fondo ci è noto già da molto tempo. Quando visitiamo un paese lontano, e restiamo scossi dalla semplicità e serenità degli usi e costumi della sua gente, usiamo dire che in quel paese “si sta bene”, e quando i nostri ricordi vanno a rivisitarlo, anche a distanza di tempo, proviamo nel profondo del nostro cuore un senso di struggente rimpianto.

Ritengo qui necessario fare ancora una precisazione. Tanti pensano che la realizzazione suprema dell’essere umano consista nel successo pubblico, per non dire economico. In particolare essi sono usi misurare tale realizzazione con il metro del denaro, in quanto essi pensano che il denaro, a sua volta, sia lo strumento migliore per assicurarsi il potere sugli altri esseri umani. Purtroppo questo è un cancro molto diffuso ed esteso nel tessuto sociale contemporaneo, come lo è stato in quello delle civiltà passate. Se costoro potessero passare dall’altra parte, osservare cioè la terra con gli occhi dello spirito, farebbero innanzitutto una prima constatazione che li sorprenderebbe non poco: vedrebbero come solo poche, delle innumerevoli persone che nella loro vita terrena hanno seguito i precetti del denaro e del successo, una volta giunti nell’al di là siano poi riusciti a salvarsi. Constaterebbero come persone umanamente potentissime, il cui nome sulla Terra non osava neppure essere pronunciato, si trovino ora talmente lontane dalla Luce da non poter essere neppure individuate agevolmente. Costoro riconsidererebbero sicuramente le proprie priorità di vita, se solo riuscissero a comprendere come dalla persona umile e piena di Dio, che occupi l’ultimo e più basso livello della gerarchia sociale, possa scaturire più Amore che dal più ricco uomo della Terra.

La modestia, caratteristica intrinseca dell’umiltà, scaturisce a sua volta dalla mancanza totale del bisogno di esibirsi al prossimo. Questa mancanza di necessità sottintende sempre la pienezza dello spirito. Volendo fare un utile paragone, quant’anche un po’ irriverente, potremmo osservare il comportamento di una persona ricca. Non arricchita di recente, ma ricca da sempre, di famiglia. Questa persona ben raramente si troverà nella necessità di esibire la propria ricchezza, proprio perché essa sa di essere ricca, e tanto le basta. Essa non deve dimostrare nulla a nessuno. Invece i nuovi ricchi, i cosiddetti parvenu, proprio perché la loro condizione benestante non è ancora naturale (troppo recente), hanno sempre bisogno di pubblici ed incoraggianti rinforzi. Essi continuamente esibiscono ori, sfarzi e status symbols per assicurarsi che nessuno sospetti ciò che essi, così facendo, tentano di nascondere: la propria debolezza spirituale.

Ogni uomo che desideri ospitare Dio nel cuore deve fare in modo di svuotarsi del tutto delle proprie componenti terrene che rispondano ai dettami dell’Ego, della Psiche. Questo, per la semplice ragione che le caratterialità e le gratificazioni che compongono la parte egocentrica della personalità occupano, nell’essere umano, uno “spazio “. Dio, quando entra in un essere umano, per poter essere contenuto in modo sufficiente, necessita per sé di tutto lo “spazio” che l’uomo possiede. Egli non ammette coesistenze perché esse sarebbero per Lui riduttive, e Dio è totalità. Da qui la necessità di spogliare completamente il proprio Ego da tutto ciò che non è funzionale a Dio. L’umiltà e la modestia subentrano automaticamente nella personalità che ha scelto di vivere secondo questi principi. Automaticamente. Quando si cessa di dire “Io sono”, “io pretendo” si diventa necessariamente e naturalmente umili. Umili come Dio desidera che siano i suoi figli, una volta diventati tanto ricchi da possedere non terreni, non case, non denaro, ma l’universo intero.

Il rapporto dell’umiltà con la fede è conseguente e complementare. Esso deve necessariamente insinuarsi tra l’uomo e Dio allorché l’uomo compie la scelta di base che questo connubio permette: l’atto volontario e libero di adesione a Dio, totale e liberatorio. Un solo aspetto merita di essere sviscerato in questa sede: quando l’uomo scopre, nel suo animo, la gioia di essere finalmente vicino alla propria meta, e compie conseguentemente e deliberatamente l’atto di fede in ossequio ai voleri del proprio libero arbitrio, questo principio vivificatore, portatore di certezza e di serenità che si chiama fede deve, anch‘esso, essere accolto con totale umiltà. Esso non deve trovare alcun pregiudizio o idea preconcetta con cui verificarsi, perché se così fosse, ciò sarebbe estremamente riducente. Accogliere la fede umilmente è il primo e più importante passo che un uomo possa compiere. Esso è infatti preliminare all’accoglimento di Dio, nonché a Lui propedeutico. È quindi conseguente e naturale che i presupposti, perché tale evento possa compiersi con naturalezza, sono gli stessi. Per avere tutto, infatti, occorre sapersi prima spogliare di tutto. Chiunque abbia veramente Dio nel cuore queste cose le conosce bene.

È ancora necessario comprendere una cosa: spogliarsi dell’Io per ricevere Dio e conseguentemente acquisire la naturalezza dell’umiltà non deve mai essere o risultare faticoso. Non deve mai “pesare”. Non si debbono mai compiere rinunzie tali da suscitare poco dopo struggenti rimpianti. Quando c’è nostalgia per il pezzo di umanità lasciata in precedenza per far posto a Dio, ciò significa che la scelta appena compiuta non era sufficientemente matura. Per essere sinceri infatti, occorre essere naturali, senza dubbi, senza rimpianti, senza ripensamenti. Ho già detto altrove che Dio non impone mai nulla a nessuno né chiede rinunzie o sacrifici di qualsiasi genere: qualunque modificazione del nostro modo di essere atta ad ospitarlo, deve quindi essere sempre gioiosa, spontanea e senza dubbi di sorta, altrimenti tutto il lavoro di evoluzione, che a questa scelta ha portato, potrebbe risultare gravemente compromesso.

Per concludere, vorrei citare me stesso. Mi è capitato sottomano, in questi giorni, una frase che scrissi, nella mia precedente identità di Stendhal, nel libro “De l’amour”, nel lontano 1822:

“… Le grandi anime non sono indovinabili: si nascondono, non ne traspare che un poco di originalità. Ce ne sono più che non si immagini…”