3 – Corpo umano

Ho pensato di inserire questo capitolo nel “Libro della vita” quando ormai consideravo la sua stesura terminata già da tempo. La ragione di questa decisione è stato il desiderio di trasmettere al lettore La consapevolezza di quanto fosse importante non trascurare il proprio corpo, memore della mia esperienza personale di questi ultimi anni, prima che la mia evoluzione mi avesse portato ad assimilare naturalmente i principi che ho espresso in queste pagine, rimediando il rimediabile e cercando di contenere i danni ormai consolidati da anni di colpevole trascuratezza. Con il mio progredire mi sono ad un tratto reso conto, a mie spese, di quanto fosse importante, per la salute dello spirito, poter disporre e godere di un corpo sano ed efficiente, e ciò nonostante i danni che gli ho inferto con anni di sregolatezze alimentari e comportamentali. So che questa non è una grande novità. “Mens sana in corpore sano” è una massima ricorrente in tante filosofie, sia del passato che mie contemporanee, ed ogni uomo di buon senso non può che pienamente concordare con essa.
In più parti, in questo Libro, ho raccontato di come la colonia umana, alle origini, possedesse un corpo perfetto, meravigliosamente bello e funzionale, neppure paragonabile a quello che l’umanità dispone mediamente oggi. Tanti millenni di regressione involutiva hanno lasciato profonde ferite non solo nei bilanci karmici di ciascuno di noi ma, in modo ben più visibile, anche nei nostri involucri corporei. Una regressione che ha trascinato il nostro corpo dalla perfetta funzionalità, armonia e bellezza originari alle pietose condizioni in cui si trova oggi, dove l’armonia che ancora vi traspare nonostante invecchiamento, le malattie e le innumerevoli patologie che lo affliggono non deve distogliere l‘attenzione dalla consapevolezza della perfezione e dell’armonia originali, nonostante il cancro irrimediabile della vecchiaia. Questa perfezione si intravede, ormai, e solo per alcuni anni, a cavallo tra l’adolescenza e la giovinezza, quando il corpo ha smesso di evolversi (crescere) e non ha ancora iniziato ad involversi degenerativamente (invecchiare).

 

EVOLUZIONE DELLA SPECIE

Qualche giorno or sono, assistendo ad un programma televisivo scientifico, ho ascoltato alcuni eminenti scienziati mettere in discussione la teoria dell’evoluzione della specie. Era la prima volta che mi capitava di ascoltare la scienza ufficiale esprimersi dubitativamente su questo argomento, sino ad oggi considerate una pietra miliare fondamentale dell’ortodossia scientifica moderna. Per la prima volta essi si domandavano se l’attuale cervello umano fosse il prodotto di una involuzione, piuttosto che di una evoluzione, ricco com’è di caratteristiche fisiologiche e funzionali a noi ancora sconosciute, tanto da apparire in contrasto con tutte le leggi dell’evoluzione a noi note: “ridondante”, nonostante l’innegabile progresso fatto di recente dalla nostra scienza e della nostra tecnologia. La natura, in tutte le forme viventi a noi note, ha sempre seguito la stessa sequenza: essa consegna a ciascuna specie una nuova caratteristica organica e funzionale solo dopo essere stata stimolata in tal senso da centinaia o migliaia di anni nel corso dei quali questa specie è stata sollecitata ad adattarsi a mutate condizioni ambientali. Tale “aggiornamento biologico” è sempre stato esclusivamente funzionale alla conservazione e sopravvivenza della specie nel nuovo ambiente venutosi a creare. Il cervello umano, contrariamente a questa regola generale, appare per più del 60% ridondante rispetto ai fabbisogni dell’organismo, siano essi di natura fisiologica che intellettuale. Se fosse giusto parlare di evoluzione, allora ci troveremmo di fronte ad un “errore”, dove la natura ha progettato e dotato una specie vivente (l’uomo) di un organo ridondante rispetto ai propri attuali fabbisogni. Ritengo sia molto più logico, in questo caso, parlare di regressione degenerative. Per comprendere la ragione di questa degenerazione occorre sapere che l’umanità è transitata attraverso espressioni di tempo e di spazio inquinate, oggetto cioè di distorsione causata dalla negatività scaturita dall’Errore Originale, dilagata dall’origine ai giorni nostri a macchia d‘olio su tutta la Terra. L’energia del male è molto più potente dell’energia necessaria a provocare una distorsione temporale così come oggi iniziamo a comprendere! E bravo Einstein che l’aveva capito, così tanto tempo fa…
Le conoscenze scientifiche sul tempo e sulle distorsioni spaziotemporali disponibili alla cultura mia contemporanea sono ancora troppo scarse ed incomplete per dare una misura esatta e reale della corretta sequenzialità degli eventi che esse consentirebbero di comprendere e classificare. Sono mie contemporanee le prime teorie le quali, sviluppando ed approfondendo il pensiero di Einstein sulla relatività, ipotizzano, tanto per il tempo come per lo spazio, una linearità non più sequenziale in concomitanza di specifici e particolari fattori energetici ed ambientali. Esse, pur nella loro primitiva e talvolta ancora ingenua formulazione, oltrepassano finalmente la frontiera che per tanti anni ha delineato e limitato la nostra conoscenza: quella della casualità da un lato, e del rapporto causa-effetto dall’altro. Questo sconfinamento porterà presto l’umanità molto avanti nella conoscenza reale dell’universo e dell‘Energia Divina dalla quale esso è scaturito e formato. II tempo e lo spazio non sono necessariamente lineari; ed in particolare nell‘arco temporale che ci riguarda, dall’Eden originale ad oggi. Infatti una di queste distorsioni, causate dal cumulo mal gestito di energia negativa venuto a formarsi sul nostro Pianeta, ha riguardato la storia della nostra umanità, dapprima involutasi e poi, raggiunto il punto di stallo, evolutasi nuovamente per volontà divina. Noi siamo usi contare il tempo in avanti, e dire, ad esempio, che un determinato fossile ha una “età”, supponiamo, di circa 700.000 anni. Non abbiamo ancora imparato a contare in “diretta”. Esaminiamo il grafico seguente:

"A
A = Circa 7000 anni lineari: indica il tempo lineare realmente trascorso dal peccato originale senza la distorsione B.
B = Indica il punto, nel tempo lineare, in cui è avvenuto il Peccato originale, ergo il punto in cui nacque il male, la negatività, che dette origine alla distorsione.

È dunque ben comprensibile come, per restare nell’esempio fatto, se noi abbiamo contato, tra il punto C ed il punto D, transitando per il segmento B, diciamo circa 700.000 anni, ciò non significa che essi siano realmente trascorsi o, per meglio dire: essi sono realmente trascorsi, ma nella distorta dimensione spazio-temporale B. Tra il punto C ed il punto D, passando per A, ad esempio, potrebbero essere trascorsi, ad esempio, solamente 7000 anni.

L’attuale immensa ignoranza che permea il sapere scientifico mio contemporaneo non permette di percepire, neppure sommariamente, i danni alla materia, di cui anche il nostro corpo è soggetto, causati dalla negatività dilagante, sin dall’errore Originale. Essi sono stati ben più incisivi e radicati di quanto gli esseri umani oggi possano immaginare. Se l‘energia negativa, scaturita dall’Errore Originale, è stata tale da provocare addirittura una distorsione nella realtà spazio-temporale che riguarda il nostro Pianeta, è facile immaginare quale terribile impatto essa possa aver avuto anche sulla corporeità di tutti gli esseri viventi. Infatti i nostri scienziati contemporanei stanno ancora interrogandosi sul Big Bang, senza intuire la mano di Dio, energia creatrice, dietro il tutto; così come non hanno ancora nemmeno intuito la portata energetica del male, tale da aver provocato una distorsione temporale sul nostro pianeta. Ma, di questo, se ne riparlerà tra qualche tempo, forse….
Per nostra fortuna al corpo umano è rimasta ancora una tale quantità di perfezione da lasciare stupefatti e meravigliati ogni qualvolta riusciamo a penetrare ed a conoscere uno dei suoi ancora innumerevoli segreti. Cionondimeno la metamorfosi è stata molto significativa, ed il confronto di ciò che esso è oggi, paragonato a ciò che era all‘origine, non ci è più possibile. L‘apparato digerente, così come lo conosciamo oggi, ad esempio, è comparso successivamente e conseguentemente al Peccato Originale. Esso è stato un “escamotage” permesso da Dio per garantire la sopravvivenza degli animali una volta persa la capacità di assimilare “per simpatia “i principi nutritivi dei cibi cogliendoli attraverso l’energia che essi emanano. Questo era, all‘Origine, il meccanismo attraverso il quale assimilavamo l’energia che ci era necessaria per sopravvivere. L’appropriazione del nutrimento avveniva senza ferire le piante, senza coglierne fisicamente i frutti. Men che mai ci nutrivamo di esseri organici, come gli animali. Resta ancora oggi, nell’animo di molto esseri umani evoluti, una naturale avversione per la carne, frutto della macellazione ad uso alimentare, di altri esseri viventi. Così dicasi per l’apparato riproduttivo. Io non ho mai voluto credere che Dio abbia potuto concepire un meccanismo tanto doloroso, pericoloso e cruento per venire al mondo! Questa degenerazione ha investito quasi subito anche il mondo animale, determinando la loro fatale specializzazione in erbivori e carnivori, in prede e predatori, stravolgendo del tutto la serenità, l‘armonia e l’equilibrio originario ideati e voluti da Dio, l’equilibrio della Creazione, dove le razze erano distribuite armonicamente grazie al controllo che naturalmente e “istintivamente” ogni razza faceva di se stessa nella scelta di quanto riprodursi. Un giorno, mi auguro prossimo, gli scienziati della Terra apprenderanno a considerare con la dovuta relatività le certezze darviniane che oggi sostengono la cosiddetta teoria dell‘evoluzione della specie, non errata ma limitata, parziale, vera soltanto se intesa relativamente al periodo che va dal consolidamento della distorsione temporale (punto di stallo) sino ai giorni nostri: valida solo all’interno della “bolla” nella quale studiamo la storia del nostro Pianeta.

 

CURA DEL CORPO

Per poterci rendere conto di quanto imperfetto oggi sia il nostro corpo, è sufficiente stare un paio d‘ore su una qualsiasi spiaggia ad osservare il variegato e ricco campionario di obesità, storpiature, decadenze, deformazioni, celluliti, vene varicose, dermatiti e deturpazioni varie esibite più o meno disinvoltamente da una variegata popolazione che abbraccia tutte le età e tutti i ceti sociali, e questo solo per le aberrazioni visibili ad occhio nudo. Vanno poi considerate le patologie interne, quelle psichiche, ecc. Ogni tanto un corpo meno compromesso, ancora vagamente rassomigliante al modello di cui Dio ci aveva dotati a||‘origine, appare come un lampo accecante di luce nelle tenebre, fugace apparizione del nostro passato in un presente reso ormai deformato dal male. Quanta emozione ed ammirazione quella bellezza, che pare emergere dalla notte dei tempi, è in grado di provocare in ciascuno di noi! Quante infinite ed inconcludenti disquisizioni hanno originato, nella storia filosofica dell‘umanità queste rare eccezioni, spesso immortalate nell’antichità in effigi statuarie la cui armonia, giunta sino ai giorni nostri, riesce ancora a commuoverci, regalandoci nostalgiche quanto a noi spesso incomprensibili sensazioni di emozionante felicità dello spirito. Spesso accade anche che taluni esseri umani si applichino fisicamente per “abbellire” il loro corpo con una muscolatura eccedente la propria dotazione naturale, con lo scopo di rendere il proprio corpo più appariscente, focalizzando in tal modo l’interesse del proprio prossimo, che altrimenti non li avrebbe notati. Chi desidera così tanto l’attenzione altrui e, pur di catturarla, si sottopone fisicamente a maratone faticose e talvolta anche pericolose, non dimostra di essere molto intelligente, avvalorando indirettamente la teoria testé espressa.
Intendiamoci bene: manutenere il proprio corpo con sani esercizi ginnici periodici e regolari è non solo auspicabile, ma direi quasi doveroso; altra cosa è snaturarlo con iperattività fisiche e stimolanti chimici di qualsivoglia natura con lo scopo di apparire “più” di quanto la natura abbia voluto darci in dotazione, dimenticando che quello in cui ciascuno di noi vive è il corpo che ciascuno di noi ha scelto prima di nascere, con i suoi pregi, difetti, perfezioni, limitazioni, bellezze e deformità, tare, malattie. Tutto ciò che di patologico ci caratterizza, a livello sia fisico che mentale, è stato oggetto, da parte della nostra Essenza, di attenta ed accurata valutazione e selezione, per onorare ottimamente il coefficiente karmico in dotazione al nascituro, anche in campo fisico. In altri termini, se I‘ Essenza, al momento della nascita, ritiene necessario aumentare la quota di espiazione karmica nell’esistenza che si appresta a vivere, è molto probabile che essa rifletterà queste scelte anche sul corpo che la ospiterà. Esso verrà conseguentemente prescelto malato, o deforme, o con altra limitazione tanto penalizzante quanto giudicato necessario per dare ulteriore vigore alla rimozione del quantitativo karmico che l‘Essenza ha deciso di rimuovere, nel corso della propria vita terrena. Questo, non solo relativamente alle patologie presenti al momento della nascita, ma anche per quelle che si acquisiranno nel corso della vita e contratte più o meno “casualmente” dal nostro organismo venuto a trovarsi, per nostra volontà o meno, in condizioni di particolare vulnerabilità. Per questa ragione, amare e rispettare il proprio corpo è doveroso ed importante, soprattutto quando esso è in qualche modo minorato. A maggior ragione, in questo caso, esso deve essere amato e curato funzionalmente alle limitazioni che lo caratterizzano. Ma soprattutto tali limitazioni vanno vissute con serenità, ben consapevoli che ogni giornata trascorsa in serena rassegnazione, fatti salvi tutti gli sforzi leciti e doverosi, per lenirne e ridurne l’handicap, comporta un corrispondente ripristino dei danni al creato da noi compiuto nel corso delle nostre esistenza passate con i nostri errori (che hanno generato negatività che a sua volta ha disturbato l’Amore), che è all’origine del karma che ci troviamo a dover così penosamente estinguere. Chi, tra costoro, non riuscisse a vivere questa propria scelta con la dovuta serenità non troverà alcun giovamento dalla propria esistenza così sofferta e penalizzante. Esso rischierà addirittura un peggioramento, proporzionato all’astio e all’uggia con i quali gestirà il proprio rapporto giornaliero con le proprie sofferenze, siano esse fisiche che psichiche.
La cura del corpo, inteso come “contenitore” della propria Essenza, deve essere appresa e costantemente esercitata sin dalla più tenera età, e prima ancora deve essere esercitata dai genitori sui propri figli, durante i loro primi anni di vita. Qualcuno potrebbe domandarsi, a questo punto, se sia lecito curarsi per chi si ammala, giacché in tal modo si contrasterebbe quanto karmicamente deciso al momento di venire al mondo o, comunque, in ottemperanza a leggi karmiche prestabilite. La risposta è che il “pacchetto” karmico con il quale si viene al mondo rientra comunque nella legge generale che dice che tutti noi dobbiamo avere cura del nostro corpo, in quanto dono di Dio, e restituirlo a Dio nelle migliori condizioni possibili. Non nelle “stesse condizioni nelle quali lo abbiamo ricevuto in consegna”, bensì “nelle migliori condizioni possibili”. Ciò implica che è doveroso migliorare la propria condizione fisica, quand’anche essa fosse penalizzata da motivazioni karmiche. Anche gli sforzi atti a migliorarci, a curarci e le relative speranze e gioie che esso comporta quando le cure riescono; anche le conseguenti sofferenze e dolori derivanti dal loro fallimento: tutto concorre a “accreditare “o “addebitare” il nostro coefficiente karmico. È dunque doveroso per ciascuno migliorare sé stesso, anche nel caso questo comportasse la riduzione o l’eliminazione di un handicap karmico! Ciò significherebbe semplicemente che tale handicap è stato superato dall’amore che abbiamo sprigionato, appunto, nella cura che lo ha rimosso. Infine, non va mai dimenticato che la vita va spesa per migliorare il proprio conto karmico, come ho appena enunciato, sia migliorando la qualità del proprio spirito sia migliorando quella del proprio corpo; una cosa è la situazione karmica di “partenza” della nostra vita, altra dovrebbe invece essere quella di “arrivo”!

Queste sono alcune delle iniziative auspicabili e sempre benvenute in ogni nucleo famigliare, in cui viva un bambino, per migliorare e normalizzare progressivamente la qualità media e l’efficienza degli adulti di domani. A questi principi è fondamentale riferirsi ed attenersi quanto più possibile anche nel caso si viva in ambienti particolarmente poveri ed essenziali, naturalmente con i limiti imposti dalle proprie condizioni sociali. Esse sono:

– Un attento e periodico monitoraggio clinico della crescita e dello sviluppo;
– Un controllo costante dell’alimentazione;
– L’adozione sin dalla più tenera età di profilassi e di abitudini igieniche atte alla propria salvaguardia fisica;
– L’adozione di abitudini sportive capaci di impostare e mantenere l’efficienza del proprio corpo entro livelli qualitativi apprezzabili, supplendo ad eventuali carenze presenti nello stesso con processi di surrogazione fisiologica, anche se artificiali.

I genitori hanno, tra le altre, la grande responsabilità di instillare nei propri figli l’amore per la cura e per il mantenimento ideale del proprio corpo, bene attenti a non esasperare loro stessi, né permettere che i loro figli esasperino, tale interesse. Quante volte ho tristemente constatato come la legittima attenzione al mantenimento della propria forma ed efficienza fisica sia degenerata a tal punto che questa attività, da complementare, è diventata agli occhi di qualcuno, di primaria se non addirittura fondamentale importanza! Mi riferisco ai cosiddetti culturisti ed a tutti coloro che, come costoro, degenerano questo dovere, trascinandolo ben oltre il lecito, trascendendo totalmente la giustezza, esasperando e stravolgendo le funzionalità dei loro corpi in nome del più vanesio edonismo e narcisismo. Ma è nell’animo di ciascuno, sin da giovanissimo, che deve instillarsi e germogliare il rispetto per sé stessi e, conseguentemente, per Dio, che è in loro. Due sono le strade che occorre attivamente percorrere per poter disporre del proprio corpo in modo dinamico ed efficace:

1). – Evitare di danneggiarlo
2). – Rinforzarne e, se possibile e nei limiti della giustezza, migliorarne le caratteristiche e, qualora ne sussistessero, facendo il possibile per correggerne le disfunzioni più vistose, cercando in ogni modo di eliminarle.

A un osservatore esterno, che si prefiggesse di studiare il comportamento degli esseri umani per rendersi conto se ed in quale misura costoro amino loro stessi e l’ambiente in cui vivono, verrebbe da inorridire. La razza umana gli apparirebbe come una razza che ha scelto l’autoannientamento, obiettivo che persegue con puntigliosa determinazione, ingerendo di proposito sostanze tossiche, nutrendosi regolarmente di cibi contaminati, bevendo acqua avvelenata, respirando aria inquinata, intaccando e distruggendo senza sosta le proprie riserve di ossigeno, producendo su scala planetaria gas tossici che deteriorano l’atmosfera senza rimedio, disseminando l’intero pianeta di scorie radioattive e chimiche indistruttibili, ricoprendo di immondizia la propria superficie abitativa. Poi, come se questo non bastasse, essa non trascura neppure gli animali e le piante, disboscando le foreste, sterminando o costringendo intere specie animali a vivere in habitat sempre più ristretti ed inadeguati ai loro standard naturali di vita, per non dire di peggio, quando intere specie animali sono state distrutte per il vanesio piacere di esibire le loro pelli a foggia di indumenti o i loro denti a foggia di monili.
È davvero singolare osservare, da un lato, quanto amore e quanta cura l’uomo ponga nell’allevare e nel difendere la propria prole e, dall’altro, come esso si prodighi con pari solerzia a distruggere l’ambiente in cui vive, rendendo impossibile la sopravvivenza future di questa stessa prole che tanto si affanna a difendere e ad allevare, concorrendo di fatto consapevolmente e criminalmente, al suo sterminio. Se qualcuno di voi dovesse obbiettare, per ingenuità, che il quadro tracciato è troppo pessimistico, risponderei senza esitare di averne invece scritto per difetto, tanto numerose e poliedriche sono le sfaccettature della perversa spirale di follia collettiva che questo mondo di esaltati mette costantemente in atto. Il quadro testé descritto è certamente drammatico, e se il nostro sistema esistenziale globale non è ancora crollato ciò è dovuto solo alle eccezionali capacità della Terra di contrastare, rallentandole, le conseguenze deleterie di tanta sciagurata ottusità, senza dimenticarci di quante volte si sia notato lo “zampino” di Dio a limitare qua e là azioni umane potenzialmente distruttive: ad esempio quanti conflitti atomici evitati per un soffio…. di Dio.
Come sopravvivere a tutto ciò non sta a me qui indicarlo. Questo non è un libro di Politica, né di ecologia, né di scienza. Così come gli uomini hanno saputo distruggere, prediligendo Satana a Dio, essi potranno (o potrebbero) ricostruire, privilegiando Dio a Satana. La gestione della cosa comune, oggi diremmo della politica, è un onere ed un onore che dovrebbe spettare solamente ai più meritevoli e preparati tra gli uomini. Le antiche tribù “selvagge” usavano delegare il potere di decidere le sorti della collettività agli anziani ed ai saggi, che tutti unitariamente, avevano in precedenza riconosciuto tali. Oggi sono altri i criteri che l’uomo adotta per giungere al potere politico ed amministrare il bene comune: la sete di potere, di denaro e di gloria di pochi, con il concorso di molti che sperano di ottenere così dei privilegi personali indotti, generati dall’appartenenza a questa o a quella corrente, tutti quanti poi prevaricando sugli interessi della sopravvivenza stessa della vita sulla Terra. Tutt’al più compete a me indicare qui alcuni percorsi, alla portata del singolo individuo, da cui occorre comunque partire per sperare un giorno di raggiungere la testa della piramide.

 

ALIMENTAZIONE

È opportune che l’uomo apprenda, là dove le proprie condizioni sociali glielo consentano, soprattutto nei Paesi ad alto indice di benessere, ad alimentarsi correttamente, tanto per una ragione di adeguata manutenzione fisiologica quanto per una ragione di giustezza sociale. Le popolazioni ricche tendono a sovralimentarsi, ingerendo cibi quantitativamente e qualitativamente eccedenti i propri fabbisogni. Questa ipernutrizione provoca un carico superiore ai fabbisogni dell’organismo, con conseguenti e progressivi danni e devastazioni allo stesso, talora irreparabili. Parallelamente all’obesità del 50% della popolazione mondiale, assistiamo alla denutrizione della rimanente metà. L’umanità spreca in modo inqualificabile ed incomprensibile risorse alimentari che potrebbero e dovrebbero essere ripartite tra gli abitanti delle aree più povere del Pianeta, così soddisfacendo appieno i bisogni di tutti
In altre parole, se tutti mangiassimo meno e non sciupassimo cibo, ce ne sarebbe per tutti ed in abbondanza. È molto importante che le poche e chiare informazioni essenziali per la propria alimentazione vengano comprese da ogni persona, e da essa utilizzate poi correttamente nel corso della propria esistenza

Tra le altre:

  • La conoscenza del fabbisogno calorico in funzione della propria età ed attività fisica ed intellettuale, che decresce inesorabilmente con il trascorrere del tempo
  • La conoscenza dei contenuti calorici dei cibi, sia crudi che cucinati, che ciascuno abitualmente consuma
  • La conoscenza della integrabilità e talvolta della incompatibilità tra di loro dei cibi che ingeriamo
  •  La conoscenza del semplice assunto fisico: “tutto quello che ingeriamo in una data unità di tempo (un giorno), che ecceda il consumo giornaliero dovuto al funzionamento della “macchina umana”, più quello consumato dall’attività svolta, deve essere “bruciato” da un’attività fisica, in modo che il conto, al momento di andare a letto, risulti pareggiato

 

DROGHE E MEDICINALI

È molto importante capire come la vita ed il corpo che la ospita siano un immenso dono di Dio, e come sia nostro preciso dovere, di fronte a noi stessi e di fronte a Dio, il preoccuparci della sua funzionalità ideale e della sua manutenzione al meglio delle nostre conoscenze e possibilità, nel modo migliore da noi conosciuto. Occorre essere consapevoli, ad esempio, che la giustezza non ci consente di intervenire sulla sua fisiologia se non in casi di estrema gravità. Intervenire chimicamente su di esso con dei farmaci, ad esempio, è una azione ai confini della liceità comportamentale, ed in tal senso i farmaci vanno assunti solo in casi di grave ed accertata necessità e nelle quantità strettamente indispensabili.
Bisogna essere consapevoli che la maggior parte delle patologie del corpo hanno origine nelle deficienze dello spirito, colmando le quali anche il corpo ne trae grandi benefici. La scienza medica dell’epoca in cui scrivo ha già individuato e fatto proprio il concetto di malattia psicosomatica. Esso investe ed abbraccia una realtà patologica infinitamente più ampia di quella conosciuta oggi, tanto da coinvolgere oltre il 60% delle patologie. Per questo occorre essere estremamente prudenti quando si decide di adottare misure farmacologiche, di qualsiasi genere e natura esse siano. Se il nostro cervello è malato, non saranno solo gli psicofarmaci che risaneranno in modo permanente la situazione.
Lo stesso, naturalmente, vale per le circostanze in cui è necessario intervenire sul proprio corpo chirurgicamente. È necessario e doveroso, oltre che legittimo, sottoporsi volontariamente e di buon grado a degli interventi invasivi solo laddove non ci sia alternativa, quando un danno chirurgico immediato scongiura un maggior danno certo nel futuro. Giustezza e prudenza, nel massimo rispetto della nostra integrità corporea, nella consapevolezza che il nostro fisico possiede innumerevoli risorse per riparare da sé danni talvolta anche di estrema gravità, di cui oggi non conosciamo neppure l’esistenza.
Vale anche l’assunto contrario: guai a chi, necessitando di cure mediche farmacologiche o chirurgiche, non consente a che esse vengano fornite o non consente che vengano fornite a chi sia sottoposto alla sua patria potestà. Non c’è religione o filosofia che giustifichi il lasciar degenerare una fisicità potendolo evitare. Uccidere o, potendo, evitare di salvare sono, agli occhi di Dio, due facce paritarie dello stesso crimine.
Infine qualche parola sull’abuso di alcoolici e di droghe: io non sono un medico. Però, prima di incontrare Dio, fumavo 30 sigarette al giorno. Ho smesso perché ho capito che non avevo il diritto di farmi del male. Bere con moderazione è un piacere contro il quale Dio non ha nulla a che ridire, con buona pace dei fratelli islamici. Bere troppo, come fumare troppo, genera dapprima una dipendenza che l’uomo non può permettersi, perché il Dio che c’è in ciascuno di noi non deve sottostare a dipendenze; poi danneggia il nostro corpo, cosa che non dobbiamo permettere in quanto sappiamo di dover rendere a Dio il corpo tenuto meglio che ci sia stato possibile. Il fumo, relativamente al bere, possiede una aggravante; fumare poco è comunque dannoso; bere un bicchiere di vino rosso al giorno o un drink di tanto in tanto, invece, per una persona sana, non lo è.
Per quanto riguarda le droghe, assunte non a scopo terapeutico, sono sempre inutili e sono sempre dannose. Sono inutili perché il mondo virtuale che esse proiettano nella nostra mente non è reale, e comportano un risveglio alla realtà sempre più doloroso, in quanto nel frattempo i danni irrevocabili provocati nel cervello dalle droghe si accumulano ad ogni assunzione. In questo consiste il fatto che sono sempre dannose. Lascio in disparte chi le droghe le necessita a scopo terapeutico: per costoro, questo assunto non vale, perché per loro, evidentemente, il beneficio che ne traggono assumendole supera il danno che l’assunzione stessa provoca.
Infine, quando parlo di assuefazione mi riferisco anche a quelle dipendenze non da farmaci ma da psicostimolanti artificiali: il gioco d’azzardo, per esempio o la stessa dipendenza dalla rete. Dunque l’inutilità della loro assunzione unitamente al danno (anche economico, non solo fisico) che la loro assuefazione comporta portano ad una sola conclusione, che lascio trarre a ciascuno di voi in piena libertà. E mi farà molto piacere sentire qualcuno sostenere che dico cose ovvie: significa che la coscienza divina, dentro l’animo umano, ancora non si è spenta del tutto. È infatti la coscienza Divina in ogni uomo che fa parere ovvio il bene, e aberrante il male.

 

INCOSCIENZA COMPORTAMENTALE

Quante volte un atteggiamento spregiudicato mette a repentaglio la nostra incolumità fisica o quella altrui, talvolta anche molto seriamente. Ne cito qui alcuni, tra i tanti, a titolo e esemplificativo:

  •  Guidare a velocità troppo sostenuta o sotto l’effetto di alcoolici o sostanze stupefacenti;
  • Lasciarsi andare a litigi e scatti d’ira che possono avere conseguenze traumatiche per il nostro organismo;
  • Praticare sport estremi dove si rischia la morte o gravi invalidità;
  • Cimentarsi in attività spericolate, con il rischio di procurarsi gravi danni fisici;
  • Adottare atteggiamenti pericolosi per la propria integrità fisica, quale ad esempio, non prendere le dovute precauzioni durante un rapporto sessuale occasionale

Mille possono essere le circostanze pericolose della vita alle quali la società in cui viviamo ci circonda nostro malgrado, e che non possiamo fare a meno di affrontare ogni giorno. Pensate solamente ai rischi che corriamo quando guidiamo un’automobile o voliamo in aereo. Per questa ragione è opportuno evitare il rischio laddove il rischio è evitabile. Attraversare ad alta velocità su un’auto un incrocio per dar prova di virilità non è un atteggiamento virile, bensì nevrotico e complessato, indice di estrema debolezza se non fragilità. Bisogna apprendere a vivere con morigeratezza, con prudenza e con giustezza, perché ancora troppo alta, su questo Pianeta, è l’influenza della negatività, capace di pilotare a sua convenienza circostanze e situazioni apparentemente casuali le quali, partendo sempre da un nostro errore che, nella fattispecie, equivale ad una autorizzazione a procedere, possono coagularsi, in un istante, in improvvise e fatali disgrazie.
Sbagliato sarebbe anche chiudersi in un ambiente reso sterile ed isolato dalle influenze esterne, per evitare il contagio con i “germi” dei drammi legati alla lotta quotidiana per la sopravvivenza! In altri capitoli di questo libro, ed in particolare la dove si parla dei religiosi di clausura e non, ho avuto modo di esprimere meglio questo pensiero. Rinchiudersi in un convento per non affrontare le battaglie quotidiane per la sopravvivenza (questa è il motivo principale per il quale si sceglie la vita monacale, qualsiasi siano le motivazioni spirituali che ufficialmente ciascuno adduce a giustificazione della propria scelta) non è visto da Dio di buon occhio, né Io sono coloro i quali, avendo vissuto alle spalle della collettività come sacerdoti, al momento della loro morte avranno la sgradita sorpresa di constatare come la scelta che credevano liberatoria si sia invece rivelata peggiorativa per la propria graduatoria karmica, tanto da arretrarli, in assenza di altri meriti, al di sotto del livello che occupavano quando vennero al mondo. In teoria raramente gli estremi coincidono con la soluzione ideale in giustezza; in pratica, questo succede mai.

 

SUICIDIO ED EUTANASIA

Privarsi, come del resto privare altri della vita che Dio ci ha affidato prima che sia giunto il nostro tempo di morire, è un atto molto grave, giacche a nessun uomo è dato arrogarsi il diritto di una decisione che spetta solo a Dio. Non esiste alcuna ragione o motivazione karmica o legale, né considerazione o convenienza politica, sociale o religiosa, né pietà, paura, debolezza o disperazione umana che possa giustificare, o anche solo ridurre, la gravità dell’atto di togliersi o togliere la vita. In particolare, per quanta concerne il suicidio, va ben compreso come le sofferenze cui possiamo andare incontro siano state da noi originariamente scelte per essere integralmente vissute, ed una nostra cosciente decisione di porre fine artificiosamente a tali sofferenze con la morte, di solito per sottrarsi alle conseguenze dei propri errori o per paura di affrontare se stessi e la vita, non può che presentarsi come una resa e, di conseguenza, come una azione che arretra molto il suicida nella sua scala evolutiva assoluta. Questa enorme distanza dovrà poi essere nuovamente colmata a prezzo di altre vite e di altre sofferenze che altrimenti, senza quel gesto sciagurato, non sarebbero più state necessarie. Non possono neppure essere prese in considerazione, a parziale legittimazione del suicidio, motivazioni legate a presunti eccessi d’amore (che Dio mi perdoni per l’utilizzo in un contesto blasfemo di questa parola “sacra”), di colui o colei che, a seguito della scomparsa della persona amata, decida di “seguirla” nella morte, nella folle ed egoistica illusione di “restare insieme per l’eternità” quasi come se l’ “al di là ” fosse un luogo come un altro, dove a ciascuno è consentito fare i propri comodi, “restando insieme” a chi più ci piace. Noi sappiamo bene come ogni essenza sia collocabile, nell’articolatissima scala evolutiva assoluta, in una posizione univoca, che il suicidio peggiora drasticamente. Le probabilità, una volta deceduti, di trovarsi nelle stesse aree di “stallo” di parenti od amanti sono pressoché nulle.
Capisco bene che ci siano situazioni estreme, dove il confine tra lecito e illecito diventa quasi impalpabile. Situazioni tragiche di estremo dolore e sofferenza, senza alcuna speranza di guarigione, possono dar addito ad accarezzare l’idea dell’eutanasia. Non occorre mai dimenticare che c’è una ragione per la quale un essere umano è chiamato, alla fine della sua vita, a vivere una sofferenza anche grande. Il “purgatorio” in cui viviamo è soprattutto un luogo di purificazione, dove ci si emenda pagando un prezzo talvolta con la stessa moneta con la quale, in vite passate, causammo analoga sofferenza ad altri. Sappiamo essere lecito lenire clinicamente quanto più si possa le sofferenze umane, usando tutti i mezzi che la medicina offre: non è lecito invece sottrarre una persona che soffra al proprio destino karmico, con un atto del nostro libero arbitrio che contrasta con la ragione precipua per la quale a questa persona è stato permesso di emendarsi soffrendo, ponendo fine autonomamente a questa sofferenza con l’eutanasia, con o senza consenso dell’interessato, che sotto l’aspetto della legittimità dell’atto, è del tutto ininfluente.

 

OMICIDIO

L’omicidio, sia esso perpetrate privatamente da un singolo essere umano verso un proprio simile, che collettivamente da uno Stato verso un singolo (esecuzione capitale) o verso una collettività nemica (guerra), non è né potrà mal essere giustificato o legittimo, nella metrica e nella parametria divina. Guerre sante, crociate, pulizie etniche, stermini, genocidi, esecuzioni capitali: agli occhi di Dio si tratta sempre di crimini, orditi e perpetrati da criminali, fedeli esecutori delle volontà distruttive della Negatività. Non c’è motivazione adducibile, neppure la difesa della Patria, che ne riduca o ne contenga la gravità. Non c’è attenuante, non c’è scusante. Se un uomo o un popolo vuole vivere in Dio, esso non potrà in nessun caso privare un essere umano della vita, né per difendersi, né per offendere, né per vendicarsi di torti subiti. L’azione di difendersi se attaccati dal nemico, anche a costo di privare questo nemico della sua vita, è tutt’al più classificabile come male minore relativamente al male maggiore che si commetterebbe se si uccidesse senza tale contingenza; ma sempre di male si tratta! L’aberrante quadro dei cappellani militari che benedicono le armate prima del macello saranno di monito, nelle ere a venire, di quanta depravazione e degradazione abbiano contaminato le strutture che, per loro stessa dichiarazione, avrebbero avuto l’incarico da Dio di promuovere
e di diffondere il Suo Amore tra le genti, e mi riferisco specificatamente alle chiese. Esse dovranno meditare sull’abominio che ancora perpetrano illudendo, per opportunità politica, per servilismo, per ubbidienza, per convenienza o per opportunità economiche, coloro che in esse credono in buona fede che “in nome di Dio” sia lecito ammazzare.
L’Islam radicale, a questo riguardo, ne è una aberrante e significativa esemplificazione.
Vero anche che, nella vita così inquinata dal male nella quale viviamo, a volte occorre scegliere il male minore e, qui mi ripeto, occorre difendersi quando si è aggrediti, e questo vale per le persone e per i popoli che vengono ingiustamente soggiogati da altri. A volte anche con la guerra. Ma la scelta del male minore non significa che male non vi sia. Dio saprà giudicare ed applicare, se lo riterrà giusto, delle “attenuanti generiche” alla pena doverosamente inflitta quando costoro busseranno alla Sua porta, alla fine della loro vita.

 

INEDIA SENILE

Ci sono moltissimi altri casi in cui l’uomo incorre in atti volontari che hanno come conseguenza il deterioramento o il danneggiamento del proprio organismo. Uno tra i tanti, l’inedia senile. Visitare un ospizio renderebbe a chiunque il senso esatto di questa precisazione. Volti esangui ed inespressivi; corpi non più autosufficienti neppure per le funzioni essenziali, che si trascinano stancamente senza una meta in attesa di morire ma con il terrore della morte; cervelli intorpiditi dalla decisione presa, tempo addietro, di “essere vecchi”; sguardi astiosi ed invidiosi per l’altrui gioventù, rabbia nostalgica e rimpianto per la propria, irrimediabilmente perduta.
Costoro non sanno quanto male essi vanno così facendo alla propria evoluzione cessando bruscamente di fornire a Dio ed all’Universo l’apporto indispensabile ed insostituibile del proprio amore e della propria creatività.
Si può e si deve amare anche quando questo termine cessa (fortunatamente) di essere sinonimo di sesso, diventando più propriamente espressione di accorato e struggente desiderio di serenità e di pace per sé stessi, e per tutti coloro che condividono insieme a noi questa avventura terrena. A maggior ragione si può e si deve continuare a creare Amore anche quando la cosiddetta “età produttiva” è trascorsa. Un conto è la produttività degli uomini, e un conto è quella di Dio. Sino a quando spira un solo anelito di vita l’uomo di buona volontà può e deve essere utile a Dio fabbricando amore e creatività, anche nella malattia più dolorosa, anche nella senilità più avanzata. La decisione di mantenere vivo il cervello non spetta al tempo o ai malanni come alcuni erroneamente credono, bensì al proprio libero arbitrio. L’uomo anziano ha il dovere di fame il miglior uso, anche durante gli ultimi sprazzi della propria esistenza terrena. Questo fatta salva, ovviamente, la situazione in cui il cervello cessa di funzionare a causa di una patologia o di un trauma subito: in questo caso non c’è da rimproverare l’assenza di una creatività non più in grado di esprimersi.

 

MIGLIORARE IL CORPO

Doverosamente premessa l’enorme importanza che riveste l’attitudine a non danneggiare volontariamente il contenitore umano del nostro spirito, si pone ora l’esigenza di correggerne e migliorarne le caratteristiche e la funzionalità, nei limiti già annunciati, che qui di seguito approfondiremo, qualora questi limiti sussistessero fisiologicamente.
La prima regola di colui che intende fare proprio questo doveroso atteggiamento si basa, per ovvie ragioni, sulla giustezza. Correggere, migliorare, far progredire non significa stravolgere né scavalcare artificiosamente la funzionalità ottimale caratteristica di ciascun aspetto del proprio corpo. Mi spiegherò meglio con un esempio.

Supponiamo il caso di una ragazza che presenti, dalla nascita, una atrofizzazione degli arti inferiori che ne rendano difficile la deambulazione autosufficiente. Questa ragazza ed i suoi genitori hanno il dovere di sperimentare tutte le terapie farmacologiche e fisiologiche conosciute atte a recuperare la funzionalità così gravemente compromessa. Tutti gli sforzi rieducativi in tale direzione saranno dunque leciti. Vero che la ragazza in questione ha scelto espressamente di venire al mondo con questa specifica limitazione, (sappiamo che questo è avvenuto per “sciogliere” una maggior quantità del proprio agglomeralo karmico negativo); altrettanto vero, però, che una volta al mondo, nessuno vieta alla persona di migliorare legittimamente la propria posizione con costanza ed abnegazione.
Supponiamo, ritornando all’esempio, che la ragazza in questione si dedichi alla rieducazione progressiva dei propri arti inferiori con tale abnegazione da riuscire a colmare il divario tra la condizione minorata della sua nascita e quella normale ottimale raggiunta dopo tanti sforzi ed esercizi. Supponiamo infine che questa ragazza, non paga del risultato quasi miracolosamente ottenuto, decida di persistere negli allenamenti e negli esercizi per acquisire una muscolatura ed una ossatura che le permettano di gareggiare con le sue compagne, sino a superarle in qualità e prestazioni e che, nel corso di questa esasperata e paranoica determinazione, la ragazza venga colta da un infarto dovuto al super affaticamento cui si è sottoposta, con inevitabili conseguenze. Questo caso, agli occhi di Dio, retrocederebbe di parecchi livelli l’evoluzione della ragazza. Il danno provocato al proprio organismo (infarto) conseguente al super affaticamento di cui abbiamo accennato prima, sicuramente verrà a determinare un peggioramento del suo quadro evolutivo complessivo, non solo vanificando i “meriti” karmici conquistati con la dura (e legittima) battaglia vinta contro la sua originaria menomazione, ma regredendola a livelli evolutivi ancora più bassi. Pertanto, sempre che non siano intervenuti, nel restante corso della vita, elementi di comportamento che abbiano peggiorato o migliorato ulteriormente questa valutazione, alla sua morte la ragazza si troverà in una posizione evolutiva peggiore di quella che occupava quando venne al mondo.
Si renderà così necessario ricorrere a tappe evolutive purificatrici e ricostruttrici successive, basate su dolorose e fortemente penalizzanti esistenze, che altrimenti non sarebbero più state necessarie, se essa si fosse accontentata di aver recuperato con la forza della sua volontà l’handicap originario. Essa, ad esempio, potrebbe dover rinascere paraplegica, oppure morire neonata, prima ancora di aver acquisito gli elementi di autonomia e di sviluppo mentali che sono alla base della capacità di esercitare il proprio libero arbitrio.

Gli interventi correttivi sul proprio corpo, perché possano essere considerati legittimi, debbono possedere una delle seguenti caratteristiche:

  • Servire a migliorarne un difetto strutturale, sino anche ad eliminarlo del tutto;
  • Servire a migliorarne la forma fisica, manutenendolo a livelli di efficienza fisica ottimali, relativamente alle conoscenze scientifiche conosciute;
  • Servire a rallentare il decadimento senile.

Le esasperazioni, di qualsiasi genere, siano esse di natura chimica, atletica od altro non sono legittime dal punto di vista della giustezza. L’unica variabile possibile, se di blanda eccezione si può parlare, riguarda i professionisti dello sport, per i quali può essere considerate lecito prevedere una qualche tolleranza nello sconfinare oltre la propria ordinaria fisiologia, ma sempre entro i limiti imposti dalla sovrana necessità di non danneggiare in alcun modo il proprio organismo.
I corpi sfatti e dilatati dall’alcool, dall’obesità e della noncuranza appartengono a persone le quali, per aver permesso al proprio contenitore corporeo di degenerare a tal punto, dovranno renderne conto a Dio al termine della loro vita; e rendere conto si traduce, in linguaggio essenziale, in un proporzionale peggioramento del proprio coefficiente karmico e, di conseguenza, della qualità media della loro prossima vita terrena. Per conseguenza si deduce quanto grave sia, agli occhi di Dio (o, se preferite, in termini di creazione distrutta dall’energia negativa scaturita dalla mala azione) fare del male a noi stessi, in quanto ciascun essere umano, noi compresi, è portatore della propria chance di redenzione e della propria capacità potenziale di erogare amore e creatività.
A questo punto credo che sia ben chiaro come i canoni fondamentali dai quali non bisogna dimenticarsi per non incorrere in una grave mancanza di giustezza, siano una costante e continua attenzione alla funzionalità del proprio organismo, che deve mai essere esasperata, unitamente ad un profondo rispetto per il nostro corpo. Purtroppo la nostra medicina è ancora molto primitiva e consente ampi margini di errore sia ai medici che ai pazienti. A questo riguardo desidero ricordare, ancora una volta, che il nostro organismo possiede in sé capacità diagnostiche e terapeutiche ormai a noi sconosciute ma che, se attentamente cercate ed ascoltate, potrebbero nuovamente riattivarsi. Esso sa “riparare da solo” molti danni. Imparando a rispettarlo ed a curarlo si apprende anche ad ascoltarlo, ed a intuire di conseguenza ciò di cui esso necessita, in qualsiasi frangente della vita.

 

STANCHEZZA

Tutti noi sappiamo benissimo che cosa rappresenti, per il corpo umano, la stanchezza. Essa segnala il raggiungimento di una soglia di pericolosità del quadro generale di intossicazione fisiologica dell’organismo, che necessita urgentemente di disintossicarsi, con un periodo di sonno o comunque di riposo, per poter eliminare le tossine accumulate durante il periodo di attività. Si tratta di un utilissimo e prezioso segnale che il nostro corpo ci invia per evitare di danneggiare il nostro organismo oltre la sua naturale capacità di sopportazione. In condizioni ottimali normali, ovviamente, questo indicatore va preso quanto più alla lettera possibile e, potendo, è sempre opportuno riposare quando se ne avverte la necessità.
Non bisogna però dimenticare che la stanchezza, trattandosi di un segnale chimico, può a sua volta essere attivata da altri fattori che non siano la soglia di tossine nel sangue. In altri termini è possibile l’attivazione artificiale del segnale di stanchezza oggettiva anche in assenza di una specifica cause fisica scatenante. Sono molte le motivazioni che possono determinare questo fenomeno, la maggior parte delle quali sono ormai note alle varie branche della scienza medica, sia biologica che psicologica. Credo però molto utile soffermarmi su due aspetti di questo lato “non naturale” del fenomeno, che ritengo invece essere più di diretta competenza del lato spirituale della nostra corporeità. Si tratta della cosiddetta “stanchezza da inedia” e della necessità, in talune circostanze di emergenza, di controllare o, se del caso, spegnere del tutto questo segnale, permettendo al nostro organismo di continuare la propria attività, anche se fosse realmente in “riserva”, e ciò sino a che non cessi l’emergenza che tale azione straordinaria ha legittimato. È dunque lecito “forzare” il proprio organismo, anche quando esso sia legittimamente stanco, se sussistono validi motivi per farlo.

 

NOIA

Questo condizione si verifica allorché l‘uomo si adagia nell’inedia, più frequentamene durante i periodi di riposo serali, domenicali o, genericamente, durante le vacanze. Oppure quando, non necessitando di industriarsi per guadagnarsi la vita, si abbandona al nulla quotidiano. In questi casi l’organismo pare spegnersi progressivamente, perdendo interesse per qualsiasi cosa richieda un benché minimo sforzo fisico. Esso pare del tutto disinteressato allo scorrere del tempo, e le poche attività che possono essere svolte in questa condizione, come l’abulico zapping televisivo, annoiano anch’esse senza pietà. Tutto questo cessa nell’istante in cui un evento esterno giunge improvvisamente ad interrompere questa spirale oppure quando un’idea improvvisa genera Io sgorgare della creatività e, con essa, l’interruzione di questa catartica condizione.
Ho meglio descritto questa situazione al interno del capitolo relativo alla creatività, del quale suggerisco la lettura contestuale a quella di questo capitolo. La noia comporta il fluire del proprio tempo terreno senza che si produca nel frattempo alcunché, in quanto la sua improduttività di fatto interrompe il flusso di energia creative che sgorga in ogni momento da ciascun essere umano, seppure con diverse intensità relative sia alle diverse attività svolte nell’unità di tempo presa in considerazione e sia alla qualità essenziale della loro gestione. L’interruzione della creatività, per tutta la durata in cui l’organismo si annoia, riduce la portata del proprio affluente creativo al fiume che alimenta l‘immenso serbatoio energetico divino.
Interrompere questa produzione è molto pericoloso e grave per ciascun essere umano; tanto da comportare un sensibile peggioramento del proprio quadro karmico complessivo. Non appena appare all’orizzonte della giornata che ci resta da trascorrere questa condizione, è necessario correre immediatamente ai ripari con uno sforzo creativo proiettato in qualsiasi direzione capace di catturare la nostra attenzione. Un hobby, un’attività sportiva, una lettura, una passeggiata. Qualsiasi cosa capace di rimettere in moto, anche con attività di poco conto, la nostra fattività mentale.
Tanto più un’Essenza si evolve, tanto meno può permettersi questo tipo di “assenza non giustificata” dalla propria produttività, e dal contributo che, in giustezza, essa deve dare a Dio con l’apporto della propria energia creativa. Oltrepassato un certo limite evolutivo, la noia sparirà del tutto dal proprio bagaglio corrente di possibili condizioni di vita, ed il rischio che il proprio corpo ed il proprio spirito vengano penalizzati da questa aberrante condizione mentale diventa nullo. C’è sempre qualcosa da fare per il figlio di Dio che ha compreso il formidabile meccanismo energetico, ragione principale della nostra stessa esistenza.
La noia è dunque una terribile e potente nemica della creatività, da bandire dal vocabolario di chi voglia seriamene ed onestamente vivere secondo Dio. La noia, nemica mortale di tutto ciò che è Divino e creativo, anticamera della distruzione fisica, morale e spirituale di chiunque indugi in essa, più di quanto sia strettamente necessario per riconoscerla ed estirparla da sé con decisione.

 

CONTROLLO DEL CORPO

Nel corso della nostra vita quotidiana può verificarsi il caso in cui ci troviamo ad affrontare una situazione di emergenza che richiede la nostra massima concentrazione. Non sempre, in questi casi, il nostro organismo è nelle condizioni ottimali per reagire all’emergenza nel modo migliore. Per nostra fortuna l’organismo umano possiede un proprio sistema d’emergenza che amplifica in un istante la nostra capacità complessiva di azione e di reazione. Mi riferisco all’immissione nel circolo sanguigno di sostanze stimolanti, come l’adrenalina e le endorfine in generale, e ad altri numerosi accorgimenti che il nostro corpo mette precipitosamente in atto per fronteggiare una emergenza.
Ma questi accorgimenti e correttivi, per quanto straordinariamente tempestivi ed efficaci, hanno la caratteristica di essere di brevissima durata. Essi normalmente riescono ad assicurare l‘energia straordinaria che il corpo richiede nel corso dell’emergenza, ma la loro azione è limitata a pochi minuti. Può invece verificarsi il caso che la situazione di allarme straordinario perduri ben oltre questo breve lasso di tempo, trascorso il quale l’organismo ritorna alla condizione di debilitazione originaria, peggiorata però dalle conseguenze della super attività indotta dagli stimolanti naturali prodotti.
È dunque essenziale convincersi che il nostro corpo ci appartiene, e che noi ed il nostro corpo non siamo due realtà diverse, men che mai in competizione, bensì la stessa realtà, complementare l’una all’altra. È essenziale convincersi che la nostra mente (rende meglio l’ideala la parola, seppur fisiologicamente impropria, di: “il nostro cuore”) molto può sul nostro corpo, soprattutto quando le sue reazioni “d’emergenza” si esauriscono. Un giorno vidi la copertina di un settimanale dedicata all’evento straordinario originato da una madre la quale ha sollevato con un braccio un camion per estrarre il proprio bambino finito sotto le sue ruote. Evento “impossibile”, che divenne invece “possibile” in quel caso specifico, allorché il cuore di quella mamma ha conferito al suo corpo un’energia straordinaria altrimenti impensabile.
A volte capita di dover sostenere lunghe prove fisiche molto difficili, al di sopra delle nostre apparenti possibilità. Una tormenta che ci coglie in montagna, una slavina che ci seppellisce, un incidente che ci manda in fin di vita, una malattia fortemente debilitante. In questo casi, se il nostro “cuore cosciente” riesce a “sintonizzarsi” con il nostro corpo, esso molto può nell’affidargli delle “consegne” straordinarie di capacità di resistenza e di reazione, con risultati stupefacenti (per non dire… miracolosi). Quante guarigioni “miracolose” noi attribuiamo ad un intervento “esterno” di Dio su di noi, quando forse dovremmo attribuirle al Dio che, invece, dimora in noi stessi.

FAME E DOLORE

Quando siamo oggetto, da parte del nostro corpo, di “segnali d’allarme” violenti relativi alle sensazioni di fame o di dolore, può rendersi necessario ridimensionare, sino (all’occorrenza) estinguere, questi segnali di allarme, per contenerli al di sotto della soglia si sopportabilità, per tutto il tempo necessario, fossero anche ore, fossero anche giorni. Ho accennato qui alla fame e al dolore perché queste sensazioni sono funzionalmente simili alla stanchezza, già esaminata. Anche per esse l’innesto della loro percezione, più o meno intensa, è determinata da una condizione fisica, da un sensore che si attiva quando un segnale chimico (come nel caso dell’appetito) o fisico (come nel caso del dolore) si traduce in un impulso elettrico specifico che raggiunge il cervello, dove viene decisa ed attuata la reazione giudicata più appropriata. In taluni casi non solo è possibile, ma è doveroso sottomettere la nostra corporeità e quindi anche la fame e il dolore al controllo della nostra Essenza, in nome del principio basilare della giustezza che vuole il nostro corpo al servizio del nostro spirito e non viceversa.
Quando siamo impegnati in una qualsiasi attività utile e costruttiva per la nostra evoluzione, ed uno di questi segnali si affaccia alla nostra considerazione, ed una rapida valutazione della situazione dovesse informarci che interrompere ciò che stiamo facendo per dar seguito al segnale ricevuto ci nuocerebbe o recherebbe un danno ad altre persone; dopo aver ponderato l’urgenza e la gravità dello stimolo ricevuto (ad esempio, altro è il dolore per un mal di denti e altro è quello provocato da una improvvisa crisi cardiaca), allora diventa doveroso procedere al silenziamento di tale stimolo per evitare che il suo perdurare ci distragga colpevolmente dalla positiva attività che stiamo svolgendo. Non è facile indicare con chiarezza come esercitare praticamente questo controllo, perché ciascuno finisce di sperimentare e di collaudare un proprio personale meccanismo di autoregolamentazione. Ci sono tuttavia alcune indicazioni che possono essere date genericamente, che aiutano a mettere in pratica questo intervento in ciascuna delle tre fasi in cui esso si articola: –

  • La visualizzazione
  • L’intervento fisico
  • L’azione

senza dimenticare che l’equilibrio ed il dosaggio tra queste diverse componenti del nostro organismo è comandato dalla nostra capacità di esercitare la giustezza in funzione dell‘evoluzione raggiunta da ciascuno di noi.

VISUALIZZAZIONE

Qualsiasi stimolo che necessiti di raggiungere la nostra consapevolezza cosciente prende vita e forma all’interno del nostro cervello. È dunque il cervello l’organo fisico sul quale deve esercitarsi I ‘azione di controllo dello stimolo e non, come erroneamente taluni credono, il luogo dove fisicamente esso si produce, e ciò anche nel caso del dolore fisico. È il cervello l‘organo su cui dirigere la nostra attenzione e, conseguentemente, la nostra energia. È assolutamente importante sapere come non esista un solo punto del nostro corpo insensibile all‘azione della nostra Essenza, e meno che mai lo è il cervello, luogo dove prendono forma e si traducono in sensazioni comprensibili, non solo le informazioni relative al corpo ma anche quelle relative allo Spirito, di spessore ben diverso.

INTERVENTO FISICO

In presenza di uno stimolo che si decida, in giustezza di spegnere temporaneamente, occorre concentrarsi per qualche secondo sul nostro cervello, immaginando dapprima di poterlo osservare come se fosse privo della scatola cranica e, qualora questo esercizio non fosse sufficiente, dall‘interno dello stesso, come se il cervello fosse stato sezionato e noi stessimo osservando il suo interno. Se lo sforzo di concentrazione fatto sarà stato proporzionatamente commisurato all’intensità dello stimolo da anestetizzare, in un punto ben preciso della superficie del cervello che la nostra Essenza ben conosce anche se la nostra coscienza no, all’interno della visualizzazione mentale che abbiamo riprodotto apparirà una debole ma ben distinguibile sorgente luminosa, come se una parte della sua superficie, normalmente mai più grande di una noce, diventasse improvvisamente luminescente. Quest’aurea luminosa indicherà alla nostra consapevolezza il punto esatto in cui viene decisa la reazione allo stimolo ricevuto, generatore della condizione di allarme, e dunque il punto esatto nel quale intervenire. Per ottenere questo risultato non sono necessarie ore ed ore di concentrazione, né essere in un luogo isolato, lontano da disturbi e distrazioni. Saranno sufficienti pochi secondi. Se si starà parlando, sarà forse opportuno, con un pretesto, sospendere la conversazione; Io stesso se si starà scrivendo; se si sarà alla guida, non sarà necessario arrestare il veicolo. Il corpo umano dispone di un eccellente pilota automatico, capace di agire efficacemente anche in condizioni di pericolo immediato. L’intera operazione diventerà però inutile se non si riuscirà ad immaginare chiaramente e stabilmente il cervello, senza distrazioni di alcun tipo, per tutta la durata dell’intervento.

AZIONE

Una volta messa bene a fuoco l’area di intervento, occorre eseguire Io stesso fulmineamente, prima che l’immagine, visualizzata nella nostra mente, perda di nitidezza o prima che la luminescenza, che ci indica l‘area su cui operare, si dissolva. Esso consiste nel proiettare la nostra volontà spirituale sul punto illuminato, visualizzando la stessa, se necessario, come una scia di luce intensa e bianchissima, lasciandola per il tempo necessario, direttamente proporzionale all‘intensità dello stimolo da spegnere. Questa proiezione avverrà naturalmente, né io sono in grade di suggerire un codice comportamentale più dettagliato. Ogni singola Essenza troverà sicuramente la propria strada per mettere in pratica questo meccanismo, e sono certo che la prima volta che tenterete di concretizzare questa procedura, riuscirete nell’intento senza particolari difficoltà.
Desidero mettervi in guardia dal grave rischio di esagerare nella finalità, nei modi e nei tempi dell’intervento. Questo meccanismo diventerebbe illegittimo se non venisse applicato in armonia con la giustezza. Esso non dovrà essere azionato, ad esempio, per curare malattie, non importa quanto gravi; né per allontanare il senso di fastidio provocato da lievi disagi o dolori. Occorre tenere ben presente il carattere di straordinarietà dell’intervento, rapportato ad una oggettiva condizione in cui, senza di esso, si verificherebbero gravi danni alla persona o, per il suo tramite, ad altri. Sarebbe in grave errore, ad esempio, Io studente che pensasse di servirsi di questo meccanismo per passare notti insonni e prive di stanchezza sui libri. Per quanto ciascuno, in effetti, apprenderà un proprio intimo modo per intervenire sulla propria fisiologia, è pur sempre vero che questa procedura non potrà essere personalizzata oltre un certo limite. Sarà comunque sempre necessario visualizzare l’area di intervento, irrorare quest’area con la propria energia volitiva spirituale e dosare questo intervento in modo direttamente proporzionale alle necessità. Infine occorre tenere ben presente il rischio che un errore di “dosaggio energetico” comporterebbe. Si potrebbero produrre danni molto gravi e profondi. C’è un metodo infallibile per non incorrere in questo errore: non ascoltare in sé stessi la voglia di liberarsi da un fastidioso malessere, bensì ascoltare il proprio istinto, in quanto infallibile giudice ed arbitro delle nostre azioni, sempre in armonia con la metrica e la parametrica dell’Altissimo