6 – Emotività

Emotività

Sono certo che questo capitolo troverà il più alto numero di oppositori tra coloro che avranno la bontà di leggerlo. In questo libro ho descritto forti valori essenziali, di relativa comune comprensione, ed altrettanto comune facilità di verifica. Sono certo che, ad esempio, tutti i miei lettori concorderanno con l’assunto che l’allegria e l’ottimismo possano rendere la vita più bella e più facile da vivere. Perlomeno, concorderanno tutti coloro che non siano troppo mal messi, “essenzialmente” parlando. Invece, sulla necessità di vivere in assenza di emotività, avrò certamente molti convinti oppositori.

Io sostengo che è necessario vivere senza emozioni, il più freddamente possibile. Che cosa intendo esattamente con questa espressione che, se non ben compresa, potrebbe dare adito a errate interpretazioni? Il concetto è tutt‘altro che facile, sia da enunciare che da sviscerare.  Innanzitutto, mi obbietterete, le emozioni sono una caratteristica imprescindibile dello spirito umano. Da ragazzo ho letto molto, sulle emozioni umane, soprattutto quelle che complicano l’esistenza: paura, ansia, stress. Chi non ha sperimentato, a volte quotidianamente, questi stati d’animo così impegnativi? Lo studente prime di recarsi a scuola, la mamma quando la figlia non rientra in orario e non dà notizie di sé, l’impiegato improvvisamente convocato dal capoufficio, l’autista costretto ad una brusca frenata per non investire un pedone, ecc. Chi non ha sperimentato la paura del vuoto, della morte, dell‘ignoto? Chi non ha sperimentato lo stress da rumore, da superlavoro, da figli vocianti, da ménage famigliari divenuti, con il tempo, anacronistici, ipocriti o, semplicemente, routinari se non privi di alcun significato? Non credo sia qui necessario elencare tutte le fonti di paura, di stress o di ansia, che tutti conosciamo molto bene. Ogni civiltà ha prodotto voluminosi documenti e testimonianze al riguardo. Io desidero invece affermare con forza come non solo sia possibile, ma anche facile adottare normali condizioni di vita senza dover ricorrere a stati di alterazione emotiva. Questi stati, ben lungi dall’essere “caratteristica imprescindibile dello spirito umano”, sono invece caratteristica “limitante e condizionante” dello stesso e, come tali, debbono essere banditi dalla vita di chiunque intenda vivere secondo Dio.

Mi sembra di sentire le obiezioni di chissà quanta gente, giunta a questo punto della lettura. Come è possibile, mi direte, evitare l’ansia, lo stress, la paura, se viviamo in una società che di queste emozioni pare nutrirsi e nutrire ogni risvolto, anche il più intimo, anche il più personale, anche il più remoto di ciascuno dei suoi membri? Mi pare di vedevi scuotere il capo in segno di rifiuto, di scetticismo, di diniego. Basta sentire un urlo, basta restare imbottigliati nel traffico, basta perdere il raccolto per una violenta grandinata, basta svegliarsi di malumore, basta macchiarsi un abito, basta perdere una partita a bridge, basta fare una gaffe in società, basta danneggiare le nostre tanto preziose auto, basta sbagliare un lavoro, basta sentire di notte un rumore sospetto in casa, basta assistere ad un incidente, basta vedere un film horror, basta vedere la propria ragazza in compagnia di altre persone. Basta molto poco, mi direte, per emozionarsi negativamente. Com’è possibile restare neutrali in tali circostanze? La risposta a questo quesito a me pare naturale e conseguente se colui che desidera conoscerla si sia sforzato di vivere i valori comportamentali ed esistenziali che ho espresso in questo libro. Comunque, per meglio far comprendere ciò che intendo, ho pensato di narrarvi una mia esperienza personale.

Sino a qualche tempo fa, se facevo silenzio attorno a me, avvertivo, sordo e costante, un tormento avvolgente, sempre presente, quasi fisicamente localizzabile all’altezza del mio stomaco. Questo “fastidio” agiva in me come un’antenna, ed ogni qual volta mi venivo a trovare in situazioni conflittuali, esso scattava qualche istante prima delle mie parole, addirittura prima dei miei pensieri, condizionandone irrimediabilmente la qualità. Ne conseguiva sempre una reazione apprensiva, ansiosa, timorosa, capace di creare non pochi danni al mio equilibrio emotivo. Essa si impossessava di ogni mia reazione, sempre all’erta, sempre vigile, sempre attenta a precedere la mia consapevolezza qualsiasi cosa decidessi di fare o di pensare; qualsiasi circostanza mi trovassi a vivere; qualsiasi situazione, ancorché conflittuale e pericolosa mi fosse capitato di incontrare. Il prodotto finito di questa sapiente regia del mio stomaco o, meglio, della negatività che pareva albergarvi permanentemente, era una qualità di vita decisamente scadente. La limitazione infatti consisteva in questo: nel caso io fossi riuscito, nonostante il mio tormentone, a vivere con pienezza una situazione positiva, la mia negatività di allora mi avrebbe fatto vivere quel momento nel terrore che esso svanisse presto, nell‘angoscia che eventi o persone me ne privassero mio malgrado, nella paura di non poterlo mai più ripetere. Ecco sopraggiungere la disperazione, la tristezza, I ‘angoscia, la solitudine! Mentre sto scrivendo queste pagine, mi rendo effettivamente conto come questi stati d’animo, che peraltro appartenevano a pieno titolo alla mia realtà esistenziale di non molto tempo fa, siano ancora comuni alla maggior pane delle persone che io conosco. Questo mi dà l‘esatta dimensione di quanto lavoro occorra ancora fare sulla strada della purificazione esistenziale, e quanto sia conseguentemente importante dare contributi chiarificatori in tal senso, a qualunque titolo, purché proposti, in giustezza, con verità ed onestà. Ritornando alla mia esperienza personale, io vivevo pressoché sempre immerso in una angoscia costante, che si esprimeva poi, a seconda delle circostanze, in paura, ansia, incertezza, angoscia, terrore: tutti figli dello stesso genitore: la negatività. Così vivevo, in buona compagnia con la quasi totalità degli esseri umani che mi circondava. Così vivevo, quando venni illuminato e chiamato da Dio. Così vivevo quando iniziai il mio cammino. Così non sono più, oggi.

La sequenza esatta delle trasformazioni che mi hanno portato oggi a vivere privo di ansie e di tormenti, nonostante le sempre costanti e gravi difficoltà della mia vita (qua, non sono mai riuscito a riprodurla esattamente; sta di fatto che il risultato della mia ricerca personale di qualità esistenziale mi ha portato all’eliminazione dell’ansia, anche di fronte a situazioni oggettive, gravi, sia personali che professionali. Orbene, I ‘ansia è scomparsa e, con essa, l’emotività che l’accompagnava e che contaminava ogni azione o situazione della mia vita. Oggi io non conosco più, per quanto riguarda la mia vita, il significato dei termini: paura, ansia, stress, preoccupazione, incertezza. Per meglio dire, là dove uno di questi stati d’animo si affaccia nel mio cuore, esso dura lo spazio di tempo necessario per rendermene conto, e poi si dissolve. Oggi ho appreso, sotto il profilo emozionale, a vivere in modo più neutrale.

Cosa ho fatto per operare in me questa trasformazione? Assolutamente nulla di specifico: ho iniziato a vivere Dio in me progressivamente, a pensare come pensa Dio, a valutare come valuta Dio, a vivere come vorrebbe Dio, a gioire e ad essere felice, come gioisce ed è felice chi crede in Dio. Ho iniziato a “immedesimarmi” in Dio: questo non significa certo che abbia raggiunto questo scopo! Nessun essere umano potrà mai raggiungere Dio, giacché più egli si avvicina, più Dio si allontana, come se l’energia d’Amore che l’uomo impiega per raggiungere Dio servisse a Dio per spingersi oltre. Però possiamo avvicinarci, e così ho fatto io. Del resto, una persona che viva nell’Amore, nella gioia, nell’ottimismo, nella creatività, nell’allegria, nella fede, come può essere ansiosa? Sarebbe un incomprensibile controsenso! Per eliminare dal nostro “stomaco” l’angoscia, occorre mettere in pratica le qualità esistenziali che ho descritto prima. L’assenza di emotività negativa altro non è, nel nostro cuore, che una naturale conseguenza della presenza di Dio in noi. Del resto, questa conclusione è abbastanza ovvia. Come potrebbe Dio abitare in un involucro contaminato dall‘ansia, infettato dallo stress, inquinato gravemente dalla paura?

Dio è perfezione, Amore, purezza. Dio è pura energia vitale e creatrice. Esso non entrerebbe mai nella Sua totalità energetica, in un corpo umano così vistosamente inadeguato ad accoglierlo. Se volete un parere oggettivo, vi posso dire che senza angosce si vive molto, molto bene. Si vive in silenzio con noi stessi. Intendo dire che quando si fa silenzio intorno a noi, e tutte le luci che abbiamo acceso per scacciare le ombre che ci circondano sono spente; quando non si può più bleffare con noi stessi e ci si deve obbligatoriamente verificare, in me io ascolto solo l’armonia della mia gioia di avere scelto di vivere in Lui. L’armonia di mille concerti, di mille corali, di mille melodie; l’armonia del creato, il rumore della creazione, il silenzio di ciò che non necessita di alcun suono: ascolto in me la gioia di Dio e non ho più ansie, né angosce, né paure, né stress: solo il desiderio prepotente di immergermi sempre di più nella perfezione del creato, di sciogliermi nell’energia divina dell’Amore. Tutto, allora, appare più bello, più facile, più accessibile, più naturale, più logico, più dolce, più prezioso: tutto appare più Divino.

A chi, infine, mi dice che l’ansia è una componente dell’uomo, un suo difetto, diciamo “fisiologico”, rispondo che questo non corrisponde a verità. È vero che in tutti gli uomini albergano dei difetti di cui l‘ansia è uno dei più limitanti, ma non è assolutamente vero che ciò debba perdurare anche per il futuro. In altre parole l’uomo può (e deve) progressivamente o subitaneamente privarsi dei propri difetti, nessuno escluso. Basta possedere le giuste informazioni, fare le giuste scelte ed ascoltare le giuste inclinazioni istintive. L’ansia non fa eccezione a questa regola, e l’emotività meno che mai. Vivere senza cadere mai preda a reazioni dettate e controllate dall’emotività è non solo possibile, ma doveroso e fondamentale per la nostra evoluzione. Ciò non è contrario alla nostra condizione “umana”. Essere umani non significa essere imperfetti, bensì tornare ad essere ciò che Dio aveva voluto che noi fossimo all’origine. Non date retta a coloro che vanno dicendo che l’uomo è per natura incline agli errori. Essi sbagliano, e sicuramente essi errano in cattiva fede. La grande maggioranza di coloro che sostengono l’imperfezione congenita della natura umana sono persone incapaci di vivere, esse stesse, nella pienezza della luce Divina, e tentano in tal modo di giustificare e di legittimare la propria inettitudine. “Mal comune mezzo gaudio” è il loro principio ispiratore.

Di recente ebbi un diverbio molto onesto con una persona a me assai cara, alla quale purtroppo il mio amore non è stato sufficiente ad impedirgli di adottare Satana nel suo cuore. Essa mi diceva, ritenendo forse di proferire un insulto nei miei confronti, che io non avevo più nulla di “umano”, in quanto avevo perso del tutto l’emotività e non ero più capace di “emozionarmi”. Io ascoltavo queste sue considerazioni con estrema soddisfazione. Quella persona non sapeva quale immensa gioia mi stava donando urlandomi quello che credeva essere un insulto. Ella sottolineava, seppur con tutt’altre intenzioni, una delle più grandi conquiste della mia recente evoluzione: la scoperta di poter vivere in assenza di emotività. Posso assicurarvi che questa mia nuova “caratteristica” esistenziale e comportamentale non limita in alcun modo la mia capacità di godere delle gioie e delle meraviglie del creato. Anzi ho imparato a godere ed a gioire di persone e situazioni prima di allora a me del tutto indifferenti od estranee. Ho imparato a soffermarmi palpitante di fronte al colore di un fiore oppure di fronte al sapore di un frutto. Ho imparato a gioire per un gesto d‘amore o per un cinguettio di un passero sul davanzale della mia finestra, talvolta commuovendomi sino, alle lacrime. Nel rapporto con i miei fratelli, però, ho dimenticato del tutto l’emotività. Senza rimpianti e senza rancori. Oggi io vivo indubbiamente meglio, grazie anche a questa acquisizione evolutiva del mio spirito. Sarei felice se anche voi vi incuriosiste e voleste tentare, come me, questa esperienza. Sono assolutamente certo che tocchereste con mano quanto ciò avrà contribuito a migliorane la qualità anche della vostra vita, e a farvi apparire Dio improvvisamente più vicino.

Aggiungo una postilla, a riassunto di quanto detto: tutto ciò che ci coinvolge, è il risultato inequivocabile di nostre precise scelte di vita: dunque, perché essere ansiosi, qualunque evento ci debba coinvolgere, se esso è stato da noi predisposto? E se poi tali eventi coinvolgono situazioni, realtà o persone a noi care (ad esempio il decesso di una persona amata), chi siamo noi per giudicare Dio, che ha stabilito che la vita di questa persona si dovesse interrompere esattamente in quel giorno, a quell’ora ed in quel modo? Ragioni karmiche, imprescindibili ed assolute, che dovrebbero consolare, non angosciare.

PAURA

Ho personalmente potuto constatare come l’emotività, e con essa tutti i limiti qui espressi ed analizzati, siano scomparsi da quando nel mio cuore è scomparsa la paura.  Di cosa potrei mai avere paura io, da quando ho accettato Dio dentro di me? Delle conseguenze dei miei errori passati? A tutto c’è rimedio. Di fronte alla società i conti vanno pagati, qualsiasi sia la cifra. E poi, non scordiamoci mai una bella massima Divina: la giustezza dell’oggi modifica favorevolmente anche lo ieri: non dimentichiamoci mai che Dio esiste “fuori” dall’insulsa e mortale gabbia del tempo in cui il nostro mondo, e noi con lui, siamo costretti ad esistere, dal Peccato originale in poi!

Di che dovrei aver paura? Di ammalarmi e di soffrire fisicamente? Chi è armonico nello spirito tende ad esserlo anche nel corpo. Chi accetta Dio nel cuore Lo vive anche nel rispetto del proprio corpo, e difficilmente quest’ultimo si depaupererebbe al punto da farci soffrire. Se poi, nonostante le nostre precauzioni, eravamo karmicamente predestinati alla sofferenza fisica… allora così doveva essere, e le motivazioni karmiche (sempre finalizzate al nostro benessere futuro) vanno accettate con gioia, certamente non con paura.

Paura della morte? Chi vive Dio vede nella morte il punto d’incontro essenziale con il Suo Amore. Può questa prospettiva essere fonte di paura? La paura è un ambasciatore di Satana, e l’angoscia ne è il suo vessillo. Ha paura della morte chi intimamente sa che, quando busserà alla porta di Dio, la troverà chiusa.

Paura delle conseguenze dei miei errori terreni? Ben vengano i conti da pagare, se poi potrò respirare l’aria della libertà dai miei errori, una volta espiati anche di fronte al mondo! La paura è dunque una sensazione che non deve in alcun modo trovare albergo nel cuore di un figlio di Dio, in nessuna circostanza. Sino qui, nell’ordinaria amministrazione della vita. Ma la vita di ciascun essere umano, immersa com’è nella negatività satanica del male, può trovarsi suo malgrado fagocitata da situazioni orribili, difficili anche da immaginare. E i recenti fatti di cronaca del periodo in cui vivo paiono ricordarmi questa realtà ogni giorno, all’ascolto delle sciagure e degli orrori appena successe o commessi. Tante guerre recenti hanno violentemente gettato migliaia di esseri umani nel terrore, che è il livello più grave della paura. Si fa presto a dire, ma quando si vede la testa del proprio figlio di pochi mesi usata come pallone da football o la propria figlia stuprata da decine di persone prima di essere decapitata, come si fa a non avere paura? Solo Dio conosce i terribili pregressi di coloro che si trovano coinvolti in tali orrende nefandezze. A volte, come detto altrove in questo libro, il karma non c’entra, giacché tali orrori possono anche coinvolgere persone che non erano predestinate a tanto. Se si fa esplodere una bomba nucleare su una città, certamente non tutti coloro che muoiono o moriranno a causa di tale esplosone erano a ciò karmicamente predestinati! In questi casi non c’è che affidarsi a Dio. Gridargli: “Ti Amo” e affidare la propria vita nelle sue braccia. Talvolta, se esistono i presupposti, Dio interviene quando l’uomo più nulla può.